La sindrome Dogville

Suranne Jones nei panni di "Doctor Foster"
Suranne Jones nei panni di “Doctor Foster”

Certo è che se lo stato (emotivo, psichico, morale) di un Paese lo si dovesse dedurre quasi esclusivamente (ma questo “quasi esclusivamente” è ciò che in realtà ahinoi accade…) da quel che produce in ambito artistico e nella fattispecie televisivo/cinematografico, beh allora gli Stati Uniti sarebbero davvero messi male. Voglio dire: personalmente – non avendo contatti diretti con persone che lì vivono – mi faccio un’idea di quel che di là dal mare accade sbirciando magari sul New York Times, ma più spesso sentendo i telegiornali italiani che riferiscono quasi sempre solo di scandali o violenze e uccisioni o, come a molti di noi accade, vedendo più o meno “passivamente” (ovvero: quello passa il convento perché “fare igiene” – come diceva un vecchio amico – anche su questo costa, come per tutte le cose, fatica) film o serie tv che da lì arrivano. Personalmente sono un po’ stufo. Con mia moglie ci abbonammo su Netflix: prima che ci conoscessimo non era mia abitudine seguire serie TV, ma sono stato “contagiato” da questa “malattia”, con la scusa di mantenere vivo almeno un po’ l’inglese passivo dell’ascolto e nello stesso tempo non essere ammorbati dalla pubblicità.

Così che siano film, che siano serie, gli ingredienti e la salsa sono sempre quelli: violenza (fisica o morale), competitività estrema, sesso e potere. Ma la vita somiglia anche solo vagamente a questa roba qui? E anche fosse: si riduce a questi estremi sempre e comunque?

Da qui il mio essere stufo e il cercare – pur sempre nel canone Netflix da cui mi aspetto poco – qualcosa di vagamente più articolato, che ho trovato ultimamente nelle serie La casa di carta (Spagna) e Dottor Foster (Regno Unito). Di quest’ultima, che tratta temi “classici” ed evergreen come il tradimento coniugale, l’aspetto che mi ha colpito è il sottile ma tenace filo che collega (secondo me) la storia della protagonista a un vecchio film, Dogville (2003), di Lars von Trier – con protagonista una bravissima Nicole Kidman e, nel suo piccolo, un film che ha girato relativamente poco nelle sale, italiano, sullo stesso tema: Il vento fa il suo giro (2005) di Giorgio Diritti.

Non è questa la sede per narrare le trame (che si trovano un po’ ovunque) e dei due film e di questa serie, ma è impressionante quanto sia determinante il contesto nelle vicende che si narrano. Il leitmotiv è l’essere finiti in un posto piccolo (paese, villaggio, cittadina) da uno remoto, ma certamente con un’altra mentalità e presumibilmente più grande (in Dottor Foster con certezza sappiamo che la protagonista arriva da Londra). E questo posto piccolo, all’apparenza accogliente e dove sono tutti amici si rivela presto un inferno per l’estraneo che in qualche modo perturba – pur avendone in tutti e tre i casi sacrosante ragioni – la quiete e il quieto vivere del paesino. La protagonista (perché alla fine le donne sono protagoniste e “pietre dello scandalo”) in tutti e tre i casi è costretta ad azioni eclatanti per smuovere coscienze inamovibili e votate sull’altare del quieto vivere in nome del quale sacrificare sostanzialmente tutto (e tutti): dignità, etica, rapporti personali, amicizie, persone. Nonostante queste azioni eclatanti si ritrova sostanzialmente sola a combattere la propria battaglia, comprendendo di essere circondata sostanzialmente da una manica di stronzi (si può dire vero?).

Insomma: scenari inquietanti che mostrano “l’altra faccia” della provincia, quella che non vorremmo mai sperimentare sulla nostra pelle (allora meglio i film “sparatutto” in cui giustizia e vendetta sono realizzate a colpi di pistola?).

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Lavatrice 2018: odissea nello strazio (ovvero: i limiti della globalizzazione)

Succede. Succede che un bel giorno pigi il bottone dell’avvio della lavatrice e quella, che fino alla volta prima aveva funzionato perfettamente, non parta. Il motore sembra voler avviare il cestello, ma si blocca. Ovviamente quel che succede di solito lo fa di venerdì (pomeriggio) 24 agosto (ci tengo a scrivere le date perché mi pare dia il senso della débâcle a cui – soprattutto io, che mi ostino a voler tenere in funzione una lavatrice che ha ben qualche anno – siamo andati incontro).

Comunque: chiamiamo il tecnico, che arriva lunedì 27, armeggia quel che deve e scopre che il cestello non gira perché pare che la resistenza (non originale ed evidentemente sostituita dai precedenti proprietari) si sia deformata e vada a toccare il cestello, il quale ha faticato a girare e di conseguenza ha surriscaldato il motore che, a sua volta, ha tirato le cuoia. Questa la diagnosi definitiva, anche se il tecnico ci è arrivato in due tappe successive perché in un primo momento è fulmineamente andato ad acquistare una resistenza, pensando (in buona fede?) fosse solo lì il problema (resistenza originale e pagata, secondo quel che lui stesso ci diceva, 130 € senza uno straccio di scontrino – il che mi aveva cominciato a far nutrire qualche sospetto), ma che per fortuna, rimontando il tutto, si è scoperto, nella fase 2 della diagnosi, che il problema non era lì (o non solo lì) e c’era di mezzo il motore.

Questo è stato smontato, gli sono state tagliate artigianalmente le alette di raffreddamento (come ultimo tentativo per capire se ancora lo si poteva recuperare) ma, al primo tentativo di accensione è andato in corto facendo saltare il contatore generale di casa. Bene, i pezzi da cambiare sono quindi 2: motore e resistenza. Congediamo il tecnico azzeccagarbugli a cui abbiamo pagato il disturbo 30 € (perché anche la conta dei soldi, oltre che del tempo è importante) e il giorno stesso faccio questa indagine su internet per scoprire quello che, a tutta prima, m’è parso il paradiso del ricambista: https://www.candy-ricambi.it/ o anche https://www.365ricambi.it/ (che di fatto ho scoperto essere sostanzialmente la stessa cosa) e, dopo aver messo marca e modello della “lavabiancheria”, ecco che finalmente spuntano sia il motore che la resistenza (e qui scopro che il costo di quest’ultima è ben più basso: poco più di 40 €…). Ordino prima il motore e, fatta la procedura, mi rendo conto che non ho ordinato la resistenza, ma ormai è sera…

Arriviamo quindi a martedì 28. Dopo aver armeggiato un po’ sul web riesco a scovare un telefono, il cui prefisso sembra essere Milano. Chiamo, mi rispondono con il solito centralino-segreteria di smistamento (1 per ordini, 2 per disdirli, 3 per parlare con un tecnico ecc. ecc.) e finalmente parlo con una signora/signorina che mi dice (1) di essere in Inghilterra e che (2) anche i pezzi della mia lavatrice lo sono. Del motore – di cui non v’era immagine (ma mi sono fidato delle parole: se mi scrivete che quello è il motore del mio modello tendo a fidarmi…) – scopro di aver ordinato quello sbagliato e comunque finalizzo, con il suo aiuto, l’acquisto della resistenza (dopo aver accuratamente dato il numero seriale del mio modello).

Il motore, che sarebbe dovuto arrivare fra un tot di giorni (perché ebbene sì, ho voluto risparmiare fruendo della spedizione standard che costa un terzo di quella via corriere) arriva invece oggi 31 agosto per un errore loro: l’hanno mandato via corriere. Scarto il pacco e ovviamente il motore non è quello giusto e questo credo denunci soprattutto il grado di approssimazione di questa gente: come si può pretendere di vendere pezzi di ricambio quando di questi non si mette una foto e non si chiede durante l’ordine la cosa che scopro essere fondamentale (il numero seriale)? Ritelefono chiedendo lumi per la procedura di restituzione: mi mandano una mail con gli estremi per la spedizione tramite poste italiane a carico loro e un pdf di istruzioni che recita:

3. Spedizione
Il francobollo prepagato é valido solo per le Poste Italiane, se l’ufficio postale si rifiuta di rilasciarvi una ricevuta cercate di farvi timbrare la data su questa pagina. Nell’eventualitá che l’ufficio postale non riconosca il francobollo prepagato, basta informarli che, quest’ultimo fa parte della convenzione sottoscritta da Royal Mail e Poste Italiane con condizione IBRS/CCRI “Corrispondenza Commerciale Risposta Internazionale ” .
Le suggeriamo di spedire il pacco nonstante non venga rilasciata alcun tipo di ricevuta, ma la preghiamo di comunicarci il giorno e l’ora dell’avvenuta spedizione tramite e-mail.

C’è di che rimanere perplessi anche solo leggendo questo messaggio: o la convenzione con le poste inglesi (Royal Mail, mica pizza e fichi) c’è e continuiamo a essere in un posto chiamato Europa (e dintorni, nonostante Brexit) oppure non c’è e le poste italiane non ne sanno nulla. E invece anche qui ci si scontra con una approssimazione sconcertante perché alla fine la cosa non ha funzionato. Infatti, giunto alla posta col pacco e il foglio-francobollo la signora dello sportello – gentile e volenterosa – non aveva idea di come spedire (pacco semplice? Raccomandato? Quale tariffa?) perché i codici forniti sul foglio non erano ammessi sulla schermata di utilizzo.

Richiamo per l’ennesima volta, ascolto il centralino smistatore (1 per ordini, 2 per disdirli, 3 per parlare con un tecnico ecc. ecc.) che mi fa impazzire perché, idiosincratico come sono per il cattivo uso della lingua italiana, non posso sentir dire “per ritornare un pacco digitare 2”: il pacco non si ritorna ma si restituisce, cazzarola! Comunque: a fronte della difficoltà alla posta la signorina dall’altra parte della Manica taglia corto e mi dice che martedì 4 settembre mi manderà un corriere a prendere il pezzo e che i soldi mi verranno restituiti solo dopo che il pacco sarà arrivato in Olanda (sì perché gli acquisti si fanno in Inghilterra e i resi si mandano in Olanda). Ho perso tempo alla posta, ho fatto perdere tempo alla signora, ma almeno l’abbiamo (forse) risolta.

Resta quindi il problema di recuperare un motore di quella lavatrice e mi viene finalmente in mente la cosa che avrei dovuto fare per prima, ovvero: chiamare mia cugina a Torino che, da sempre, è nel settore, avendo avuto un negozio di elettrodomestici e lavora, adesso, per un grande centro assistenza a Torino. Mi risolve il problema in un minuto e poi mi chiede quel che mia moglie (che nel frattempo ha speso 16 € di lavanderia a gettone…) mi ha chiesto sin da subito (facendomi passare per quel Don Chisciotte quale a volte sono): «Cugino caro, ma perché non ti sei comprato una lavatrice nuova? Mal contati, tra disagio e tutto, ti partono buoni buoni 200 €, ne aggiungi 50 e hai una macchina nuova!»

E’ difficile rispondere qualcosa di sensato a chi ha un atteggiamento pratico e con questa faccenda fa i conti quasi quotidianamente (per metter su bucati intendo) e quotidianamente (nel caso di mia cugina che vede queste cose per lavoro), quindi balbetto la mia solita scusa: in questi anni non si è mai rotta, solo una volta ha dato un problema e il tecnico che venne disse che era una macchina da tener di conto perché “così (manuali) non le fanno più” e che anche il tecnico azzeccagarbugli comunque aveva confermato.

La questione del motore va bene anche perché il prossimo fine settimana (venerdì 7 settembre) devo andare a Torino per altre questioni e quindi viene comodo recuperarlo e prendere un caffè con la cugina, ma davvero mi chiedo se e quanto abbia (avuto) senso tutto questo sbattimento per “conservare” un po’ di CO2 (quella equivalente alla produzione dell’elettrodomestico che ho qui a casa) – anche se su questo, considerando il fatto che diversi chili di ferro e magneti hanno viaggiato per tutta Europa avanti e indietro, mia moglie ha usato l’auto per andare alla lavatrice a gettone (e non è ancora finita), pure ci sarebbe da ragionare.

Di sicuro non abbiamo risparmiato né tempo né soldi. La vera sconfitta per chi ancora volesse avere qualche velleità anticonsumistica consiste nel fatto che, proprio perché il mondo è così configurato, è quasi impossibile non adeguarsi a ciò che verrebbe più semplice e immediato: acquistare una nuova lavatrice. Questo è uno dei motivi per cui l’Umanità tutta non ce la farà se non si decide a cambiare direzione. Questo della lavatrice è il dettaglio di un singolo e della vita di quel singolo: proviamo a moltiplicarlo per tutti gli abitanti di primo e (almeno) secondo mondo e magari, non è improbabile, moltiplicarlo per 2 o anche 3 volte (perché statisticamente mi pare del tutto plausibile che nella vita di una persona un episodio analogo possa accadere più di una volta) e vediamo che numeri vengono fuori. Si chiama “obsolescenza programmata” e ne parlava già un libro pubblicato 46 anni fa – I limiti dello sviluppo – che sto per ripubblicare adesso con Lu::Ce edizioni con il titolo I limiti alla crescita.

La guerra delle cappesante, il sushi e i limiti delle risorse

Battaglia navale: purtroppo quella che si combatte nella Manica non è questa…

Che tra francesi e inglesi storicamente non sia mai corso del buon sangue è tutto sommato cosa (storicamente) nota, ma che questo abbia a che fare con una specie di guerra dei pescatori è in effetti una novità per chi non si occupi di esaurimento delle risorse.

Charles Hall (questo signore qui per la precisione, visto che ha un certo numero di omonimi negli Stati Uniti), allievo di Howard Odum, fondatore di una branca dell’ecologia, sviluppò il concetto di Eroi (acronimo inglese di ritorno energetico sull’investimento (energetico), ovvero: quanta energia è necessaria per estrarre (e in generale ottenere) energia) proprio partendo dal settore ecologico in senso stretto – e non da quello energetico. E l’esempio della pesca intensiva fu tra i primi per spiegare questo concetto pur semplice. Un esempio “classico”, che si fa per aiutare a comprendere come anche risorse rinnovabili (come i pesci) se sfruttati troppo intensivamente, risultano non più rinnovabili. E’ un esempio in qualche modo storico, visto che già compare in un famosissimo libro del 1972: I limiti dello sviluppo – che quest’anno verrà ristampato col titolo I limiti alla crescita in occasione dei 50 anni del Club di Roma.

Appare quindi, tutto sommato come una non-novità – e anzi: una conferma di come purtroppo stiano andando le cose. Conferma che arriva anche dall’altra parte del mondo, quello giapponese la cui cucina è nota per il sushi e per uno dei mercati (dove il pesce si vende) più famosi al mondo: il Tsukiji che, ancora notizia di questi giorni, verrà spostato dalla sua sede storica, ad una dove pare il tasso di inquinamento sia molto più elevato, secondo quel che scrive il Post.

La notizia fa il paio con le dichiarazioni del “mito vivente” Jirō Ono, che durante le interviste per un documentario su di lui (Jiro e l’arte del sushi), parla (e il figlio gli fa da contraltare) di questo “grande problema” del pescato, del depauperamento delle risorse ittiche (soprattutto quelle di qualità su cui questi signori basano il proprio giro di affari). A questo link le sue parole.

Benvenuti: le previsioni cominciano a diventare realtà anche per il “primo mondo”…

Pendoli filosofici

Il tempo degli stregoni - copertinaSe guardo un po’ lucidamente ai percorsi che mi avvicinano alla e respingono dalla Filosofia, comincio a individuare – alla non giovane età di 48 anni – i motivi di tali avvicinamenti e repulsioni. Chi mi conosce conosce anche i tortuosi percorsi intellettuali che mi hanno condotto da una scuola (superiore) tecnica (ITIS) a frequentare, senza profondi convincimenti, un anno e mezzo di ingegneria con il misero bottino di due esami all’attivo e una frustrazione al limite dell’esaurimento nervoso (perché va bene “lacrime, sangue e sudore” ma col senno di poi gli anni della selezione a Ingegneria, a Pisa, negli anni accademici intorno al 1990, erano di fatto il setaccio, fine all’inverosimile, utile a buttare fuori le persone – che pure diligentemente avevano studiato – dagli esami a ogni occasione possibile). Da lì transitai a Filosofia e, pur con l’andamento altalenante di chi ha da guadagnarsi da vivere e risulta all’anagrafe accademica come lavoratore-studente, mi laureai (tardi).

Seguii la mia strada (master Sissa in Comunicazione della Scienza, qualche anno dopo) nella convinzione (1) che fosse tardi per qualunque vocazione accademica (poi già avevo un lavoro ed ero fuori tempo massimo) e che dunque (2) vi fosse la necessità di specializzarsi, visto che la Filosofia è tutto fuorché una specializzazione in sé (nonostante abbia molte declinazioni: del linguaggio, delle religioni, analitica, ecc.).

Ne presi le distanze seguendone da outsider (quale sono) le tracce che rimanevano nelle mailing list (per fare un esempio) della SIFA (Società Italiana di Filosofia Analitica) nella quale si dava conto dei vari convegni, delle scuole, dei bandi di dottorato ecc., rimanendo di volta in volta sempre più perplesso per il tenore degli argomenti (che nella mia mente – per carità, forse non sufficientemente preparata e filosofica – suonavano letteralmente come il vuoto nulla) intorno ai quali si riuscivano a organizzare convegni, workshop e quant’altro vi possa venire in mente. Insomma: il respingimento e il punto di allontanamento massimo da una disciplina che pure mi aveva entusiasmato nella sua declinazione antica e classica (il mondo greco dei “fondamentali”, dai presocratici – Anassimene, Anassimandro, Democrito, Leucippo di cui studiai l’atomismo – alla triade Socrate, Platone, Aristotele) e mi aveva intrigato intellettualmente con figure moderne e contemporanee quali quelle di Wittgenstein in primis, ma anche Heidegger e altri.

Eppure nella sua accezione odierna nel migliore dei casi mi pareva che la Filosofia proponesse lo scimmiottare il pensiero dei grandi, la “riflessione della riflessione” e tutto ciò che comporta il deterioramento e l’assenza di un pensiero originale: da qui l’aver sempre voluto coltivare la passione per la scienza dove, almeno, si parlava di qualcosa e si tentava di risolvere qualche problema (ai miei occhi: vero o almeno ben più concreto di quelli che la Filosofia – nei suoi territori accademici nostrani – ha teso (e ahimè tende a) propormi).

Tutto questo ovviamente nel contesto più ampio della vita – i cui margini e spazi per gli studi risultano sempre più sacrificati e solo il “rocambolesco” di cui la mia è stata costellata, mi ha permesso (non senza sacrifici) gli spazi per qualche approfondimento. Così il “rocambolesco” volle che vinsi nel 2011 un concorso al Consiglio Nazionale delle Ricerche e il riaccostamento verso la hard science fosse in una qualche misura più definitivo e perentorio. Nella mia formazione seguì un (secondo) master (2013) di primo livello in “Tecnologie Internet”, guarda caso organizzato da quella stessa facoltà (Ingegneria) che mi aveva respinto così duramente più di vent’anni prima. Adesso che sto completando il ciclo di studi del dottorato (presso quale facoltà? Ingegneria, naturalmente, ma a Trento) sono accadute due cose “strane” (ma forse neppure troppo): (1) ho, negli anni di questa frequentazione trentina, allacciato i rapporti con esponenti dell’AISC (Associazione Italiana di Scienze Cognitive) perché mandai un mio modesto contributo per un convegno e da quel momento sono stato cooptato (anche e soprattutto sul piano umano) in questa dimensione (la mia tesi di laurea sconfina ed esplora non poco le Scienze Cognitive) e (2) sto leggendo in questo periodo un (bel) libro: Il tempo degli stregoni, di Wolfram Eilenberger.

Questo libro, che ha come sottotitolo: 1919-1929: le vite straordinarie di quattro filosofi e l’ultima rivoluzione del pensiero, mi ha dato modo di riflettere più chiaramente su questo mio “percorso intellettuale”, soprattutto quando l’autore – dalla scrittura vivace e capace di mescolare sapientemente il dato biografico dei 4 (Wittgenstein, Cassirer, Heidegger e Benjamin) e i loro percorsi intellettuali – scrive (proprio parlando del Tractatus di Wittgenstein):

Lo spazio del dicibile, di cui l’opera di Wittgenstein traccia i confini “dall’interno” con i mezzi dell’analisi logica del linguaggio, riguarda solo il mondo dei fatti, l’unico ambito del quale si possa parlare in modo sensato. Comprendere con la massima esattezza possibile questo mondo dei fatti e la sua struttura è però in ultima analisi il compito delle scienze naturali. Ossia, Wittgenstein ne è convinto, “qualcosa che non ha nulla a che fare con la filosofia” (6.53 [del Tractatus]). Il problema, o meglio la soluzione vera e propria del problema, starà dunque, su questo sfondo, nella seguente convinzione, o per meglio dire, nel seguente stato d’animo:

6.52 Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa la risposta.*

La Satz 6.52 del Tractatus è, per me, nota ed è stata, in passato, l’epifania di quanto molti che frequentano o hanno frequentato le scienze dure “soffrono” (soprattutto in quella delicata fase della vita post-adolescenziale che va dai 19 ai 25 e traghetta gli individui verso l’età adulta), vale a dire: l’avere a che fare con discipline che possono risultare sterili per l’animo umano. Una giornata di studio della Chimica, della Fisica, dell’Analisi Matematica dice qualcosa di un mondo oggettivo che sta fuori di noi, su come funziona e su quali sono i suoi “fatti”, per dirla con Wittgenstein, ma nulla dice su qualcosa che possa aiutare a decodificare sensazioni, sentimenti, stati d’animo, qualcosa che sia utile a un confronto e possibilmente a una crescita interiore dell’individuo: nessuno dei “nostri problemi vitali” viene toccato. Da qui il secondo moto oscillatorio del pendolo che, di senso contrario al primo, mi ha respinto dalle scienze dure per farmi tornare a quelle umane. Il programma di Wittgenstein in un mondo – ora come allora – “positivista” ed erede dell’età dei Lumi è quindi “esistenzialista”, in un certo qual modo (come del resto afferma l’autore del libro nella pagina successiva).

La Filosofia – se non come ancella della scienza – è quindi “morta”? Qualche pagina dopo Eilenberger – stavolta parlando di Heidegger – scrive:

Se infatti si decide per la “assoluta fattualità”, e si delega la questione del “c’è” alle scienze naturali, la filosofia va incontro allo stesso destino pronosticato da Wittgenstein: diventa superflua, e si riduce tutt’al più al ruolo di ancella delle scienze naturali. Ma può succedere di peggio: cioè che la filosofia degeneri in quella sorta di vuota chiacchiera basata su un falso fondamento valoriale carico di pregiudizi, che Heidegger associa all’idea della filosofia come “visione del mondo”.**

Resta, in me e per me, questa specie di oscillazione perché, a oggi, a meno di declinazioni “mistiche”, la Filosofia, si è fatta o vuota chiacchiera o, come detto nella migliore delle ipotesi, ancella. In un momento di urgenza mondiale legata alle questioni di cui molti di noi sono a conoscenza (o che ignorano perché è molto più comodo farlo che preoccuparsi, vale a dire: crisi economica, ecologica ed energetica), essa dovrebbe smettere di essere l’una e l’altra cosa, per farsi bussola di una Umanità che sembra aver completamente perso il senso del suo stare su questo Pianeta.

* Eilenberger, p. 51.

** Eilenberger, p. 61.

PS: questo libro – di cui sto ultimando la lettura – è molto bello per diversi motivi, ma il suo fascino principale risiede nel fatto di vedere mescolati elementi che di solito nei libri stanno distinti: sketch biografici, aneddoti (devo dire sempre piuttosto interessanti, come l’incontro tra Cassirer e Warburg o le note trasformazioni del Wittgenstein che da autore del Tractatus diviene maestro elementare, aiuto giardiniere in un monastero e infine architetto per la costruzione della casa della sorella a Vienna, prima di riapprodare alla Filosofia e al fecondo periodo che sfociò in quel bel volume postumo che sono le Ricerche filosofiche…), pezzi della vita dei protagonisti che, intevitabilmente si intrecciano con la Storia dell’Europa di quel tempo e… ovviamente il pensiero che sta alla base dell’agire dei quattro. Davvero complimenti all’autore che ho scoperto essere ospite del Festival Filosofia di quest’anno, qui.

Luca Rastello, dietro la curva

solo un grande scrittore fa muovere insieme
i vivi e i morti
e solo un grande dio può accudire i disperati
in un posto così
Ivano Fossati, Bella speranza

 

 

L’ho letto fino alla fine e, alla fine, alla rilettura di quella lettera-testamento alle figlie, lo sapevo, ne ho pianto. Quel testo lo ascoltai dal vivo dalla voce di Marco Gobetti, nel 2015, quando Luca morì e mezza Torino (e forse mezza Italia – credo non fossi il solo ad arrivare da fuori) si riunì al cimitero monumentale. Presi il treno da Pisa e, in giornata, tornai a Pisa. Ma volevo esserci per quell’ultimo saluto terreno (ma poi forse, come scrive lui, le persone restano comunque insieme a noi).

Era una giornata canicolare di luglio, umida da strizzare i vestiti. Vennero a prenderci gli amici No Tav Claudio e Fabrizio. C’era da svenire dal caldo e dalla gente. Anche in quell’occasione faticai a trattenere le lacrime (uno scrittore è pur sempre uno scrittore). Questo è un libro postumo e quindi “arbitrario”, somma giustapposta di “appunti su computer”, file a cui Luca, per ingannare la morte, stava lavorando. Esercizio estremo di sfida ed elusione quello di ingannare la morte. Esercizio riuscito, per quel che mi riguarda, soprattutto quando, nell’ultima conferenza tenuta alla fine di settembre del 2014 (penultimo pezzo del libro, prima della lettera-testamento), parlando del celebre romanzo del Tristam Shandy di Sterne e della capacità di fare sistematicamente digressioni per impedire al tempo di scorrere linearmente, dice: «Con la narrazione si può prendere in mano il proprio destino. Si può inseguire la morte. […] La dilatazione del tempo è l’arte di incatenare una storia all’altra, di saper scegliere un momento per interrompersi. È l’arte orientale di Sherazade; l’arte inaugurata da Omero nell’Iliade» (p. 291), e poco oltre: «Abbiamo imparato una lezione. Il tempo di un uomo è destinato a esaurirsi come il tempo di una vicenda narrata, ma lo si può moltiplicare confondendolo, sovrapponendo altri tempi, altre storie […]. È come se il narratore dicesse: “Dammi il tuo ultimo tempo, io lo ingombrerò di mura, di eroi, di principesse, di cavalli, di immagini, e te lo restituirò come tuo e come concreto. Non astratto che scivola verso la morte”» (pp. 292-293). Il tempo concreto della “vita senza orologio” e quello astratto “dell’orologio”, l’uno della vita e l’altro della morte.

Quello stesso romanzo che pare abbia già addirittura allungato la vita di niente meno che Walter Benjamin: «Anziché togliersi prematuramente la vita, Benjamin si chiude per tre settimane in una camera d’albergo e legge il romanzo umoristico Tristam Shandy di Laurence Sterne. Il tono costantemente autoironico, talora anche decisamente sciocco, di quest’opera potrebbe avergli salvato la vita in quegli ultimi giorni del 1926. La letteratura è in grado di farlo.» (Wolfram Eilenberger, Il tempo degli stregoni, Feltrinelli, Milano, p. 285).

Questo libro è arbitrario e quindi per sua natura eterogeneo: c’è il progetto di un romanzo sulla malattia (e quanta verità sulle percezioni che il malato ha nel rapporto con chi malato non è!); una lunga parte digressiva e di backstage, per dir così, del romanzo stesso centrata sulla letteratura tragica anticogreca (con particolare riferimento ad Antigone) e sui miti; una parte – quella che preferisco, del Luca viaggiatore – sulle tracce di Osip Mandel’štam; un pizzico – brevi flashback – di altri viaggi, sempre in quella regione misteriosa (ai miei occhi occidentali e di colui che sa poco o nulla di vicino, medio e lontano Oriente), remota, feconda, ibridata di lingue e culture (cfr. Le benevole di Littel…) nota come Caucaso.

Quindi un libro digressivo per natura, specchio (sempre parziale) della cultura – anzi: Cultura (classica e non) – che Luca aveva, possedeva, trasmetteva e mi verrebbe da dire “viveva”, in quella sempre più rara combinazione che si trova in certi individui nei quali il sapere si trasforma in carne, azione, narrazione. Una digressione che raggiunge lo scopo dichiarato: spostare il confine più in là, procrastinare la morte.

Non ho altro da aggiungere se non che – se avessi il tempo (forse un tempo che troverò, dopo averne scoperto i “segreti” per ingannarlo, dopo la lettura di questo libro) – mi piacerebbe scrivere a mia volta un libro di cui ho già il titolo e che vorrebbero essere delle note, altrettanto sparse, in “risposta” a quel che qui ho trovato. Sollecitazioni dialettiche e dialogiche, come se ancora potessi dialogare con Luca, di un dialogo di cui, soprattutto in certi momenti, sento acuta la mancanza.

Alberi

Forogramma del corto di animazione “L’uomo che piantava gli alberi”, dal racconto omonimo di J. Giono

#1. Mia moglie mi ha girato ieri questo breve racconto che ho condiviso su facebook e che ha riscosso un discreto apprezzamento (per i miei standard) – segno che una certa sensibilità è ancora diffusa. Il racconto di Vitaliano Trevisan, un autore di Vicenza, dice così:

Gli alberi non parlano, non comunicano tra loro né tantomeno comunicano con noi. Così ci è stato insegnato. Tutto ciò che uno può vedere, guardando un albero, non è che un albero; e tutto ciò che uno può pensare di quell’albero non viene dall’albero, che non dice nulla, ma da lui stesso.
Comunque, c’erano queste due magnolie una di fronte all’altra. Erano venute su insieme: una nel giardino dell’ultima casa in fondo alla via sulla destra; l’altra nel giardino dell’ultima casa sulla sinistra. Fin da quando eravamo bambini le avevamo sempre viste belle e rigogliose, ed eravamo convinti che si parlassero e si mettessero d’accordo su quando fiorire, quando fare i frutti e quando lasciarli cadere, visto che lo facevano sempre nello stesso momento. Eravamo addirittura convinti che si volessero bene, che si facessero compagnia nelle fredde notti d’inverno così come nell’insopportabile canicola di agosto. Pensavamo anche che le due magnolie si parlassero in continuazione, e approfittassero del vento per mandarsi dei messaggi utilizzando le foglie secche che lasciavano andare alla brezza ora di qua, ora di là della strada. Noi stessi, più di una volta, portammo alcune foglie dell’una dall’altra e viceversa, pensando di fare cosa gradita.
Poi cominciammo ad andare a scuola, dove ci fu chiaro molto presto che tutto ciò che credevamo di sapere, riguardo le due magnolie innamorate, ce l’eravamo soltanto immaginato. Gli anni passavano, e ogni volta che passavamo davanti alle due magnolie, pur sapendo che ci stavamo immaginando tutto, eravamo proprio contenti che loro due fossero insieme. Proprio contenti.
Un giorno, però, il padrone della casa in fondo a sinistra decise che era giunto il momento di costruire un garage, perché si era comprato la macchina nuova e non aveva affatto intenzione di lasciarla fuori in strada tutta la notte. Siccome la magnolia gli avrebbe creato dei problemi per entrare e uscire dal nuovo garage con la macchina nuova, che era un po’ più grande della vecchia, decise di tagliare la magnolia. Gli dispiaceva, avrebbe detto il padrone della casa in fondo a sinistra al suo vicino, ma d’altronde la macchina era nuova, e non aveva certo intenzione di correre il rischio di strisciarla ogni volta che entrava o usciva.
Tagliò la magnolia un sabato pomeriggio. La tagliò e ne fece tanti pezzi che utilizzò poi come legna da ardere.
La magnolia dell’ultima casa in fondo a destra morì inspiegabilmente pochi mesi dopo. Noi lo sappiamo perché è morta. Certo, la nostra maestra non sarebbe affatto d’accordo con noi, ma di questo non ci importa niente.

#2. Questo mi ha fatto venire in mente altri alberi della mia vita. Quelli che proteggono l’eremo di Camaldoli, dove moltissimi anni fa facemmo una ciaspolata meravigliosa, dopo una nevicata incredibile e una galaverna che aveva cristallizzato tutto e pareva aver messo addormentato per via criogenica la vita stessa. Quello che ero solito vedere in un punto preciso della lunga tratta ferroviaria tra Cecina e Grosseto, durante i miei anni da macchinista. Ci passavo davanti col locomotore e spesso volontariamente – soprattutto con i treni merci che non hanno mai grossi vincoli d’orario – smettevo di dare trazione al convoglio per godermi un passaggio anche solo di qualche chilometro orario più lento. Una specie di saluto, un amico che si passa a trovare e di cui – come nel caso della ciaspolata – conservo addirittura, e per fortuna, qualche foto e non solo il ricordo. Su quell’albero mi ero fissato, doveva essere una quercia e aveva una chioma maestosa con sotto un campo di girasoli. Se chiudo gli occhi lo vedo ancora. Un sogno.

Altri – moltissimi altri, in verità – alberi mi hanno accompagnato in molti giri che ho fatto in mezzo alla natura in passato (e troppo poco nel presente), magari in montagna o in mezzo a una pineta, o ancora, altre volte, di nuovo con le ciaspole ai piedi, come in occasione di un giro sul monte Amiata. In tempi recenti raggiungere (e ahimè oltrepassare, perché di transito) l’abbraccio buio degli abeti che stanno sul passo che congiunge l’Emilia alla Toscana, all’Abetone. Rallentare e forse anche fermarsi. Lì c’è stato anche un altro pezzo della mia vita, non trascurabile per importanza.

Da ultimo gli alberi della seconda vita. Quelli che adesso hanno abbattuto, all’interno della zona verde delimitata tutto intorno dai padiglioni della parte vecchia dell’ospedale di Cisanello, a Pisa. Erano loro che vedevo dalla finestra della terapia intensiva, nell’ottobre del 2007. Sono stati loro, adesso lo ricordo!, a darmi la forza e la speranza di un domani ancora possibile. Rimasi malissimo quando, in occasione di una delle visite di controllo, mi accorsi semplicemente non c’erano più: li avevano abbattuti e fatti a pezzi, come quella magnolia, ma a nessuno di loro fu dato modo di morire di solitudine, perché tutti vennero fatti fuori.

#3. Concludo con un cortometraggio animato, narrazione della bellissima fiaba di Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi. Una bella edizione di Salani, che mi pare sia ancora in commercio, è in cofanetto e contempla un DVD con questo cortometraggio bello come il testo di Giono, recitato dalla voce di Toni Servillo. Ho scoperto che qualcuno l’ha caricata anche su Youtube. Vi assicuro: una delle mezz’ore meglio spese della vostra vita.

L’insalata insostenibile

Quando mi trovo a Mesiano, alla facoltà di ingegneria dove sto completando il mio dottorato, ho diverse opzioni per mangiare. Il dipartimento è fisicamente lontano dalla città o da altri paesi: non ci sono grandi alternative e quindi, come quasi sempre accade, le alternative sono “interne”. A parte la “solita mensa” – con i pregi e i difetti delle mense, ma soprattutto con la storia “di lungo corso” che normalmente molte persone hanno con questa soluzione per fare un boccone di pranzo – esiste una “pizzeria portatile” (uno di quei rimorchi di camion che normalmente si vedono nelle fiere…), il bar (dove si può mangiare il “solito panino” ed eventualmente altri piatti freddi) e, negli ultimi tempi, una delle alternative – che ha riscosso anche un certo successo – è un distributore automatico di insalate, piazzato lì da un locale che sta nella frazione sopra il dipartimento.

Idea molto interessante e accattivante: una insalatona (con tanto di condimenti e pane) che sazia e non appesantisce, di qualità (gli ingredienti sono sempre freschi perché le inslate le rinnovano ogni giorno) e che costa il giusto.

Poi però c’è il solito tarlo della sostenibilità, del quale parlavo incidentalmente questa mattina con un amico al telefono. In foto, quello che rimane (a giudicare da quel che dice Greenpeace e un pur datato post trovato su un sito di informazione svizzero, pressoché in eterno…) della mia insalata. C’è una soluzione? Anche nel progredito Trentino siamo sempre a “bagnomaria” in un mondo incapace di trovare una vera soluzione a un problema, per altro ben noto da anni. Perché differenziare – come ben descrive Claudio Della Volpe in questo post – non significa ancora riciclare (e il post merita di essere letto per capire di quale complessità stiamo parlando…).

Come esseri umani siamo insostenibili. Anche chi è in buona fede e anche chi cerca in tutti i modi di sottrarsi al tributo che tutti diamo – volenti o nolenti – alla distruzione del mondo. La più innocente delle nostre azioni se va bene produce un aumento dei gas serra. Se va peggio rifiuti quasi ineliminabili…