Favorire il lavoro nero

E’ il momento della dichiarazione dei redditi. Lo scorso anno ho fatto realizzare una “messa a norma” di impianto elettrico e del gas per un appartamentino di modeste dimensioni che acquistai quando abitavo a Torino. Ricordavo che, per queste spese, si poteva avere una detrazione fiscale e non mi sono preoccupato del fatto che potessero essere intervenute norme per le quali questo sarebbe stato addirittura impossibile richiedere alcunché.

Pare che per ottenere l’ambita detrazione su queste spese – pari al 50% dell’importo in 10 anni – sia necessario far precedere i lavori (che comunque dovrebbero essere di carattere straordinario e non una banale ristrutturazione del bagno e la messa a norma di cui sopra, opere che rientrano nell’ordinario – infatti tutti noi ad anni alterni rifacciamo i bagni di casa…) da una SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività – edilizia).

E neppure, a questo punto, valgono i bonifici fatti in detrazione per l’acquisto dei materiali: con la somma del tutto (tra manodopera e materiali) avrei potuto acquistare un’utilitaria (tanto per dare un valore di riferimento). Amaramente, commentavo con chi si è occupato della mia dichiarazione dei redditi, ci sarebbe stato da far fare i lavori in nero (che con i professionisti, per quanto sia triste ammetterlo, è sempre un’opzione possibile): risparmiavo l’iva e favorivo in tal modo il lavoro nero, non facendo pagare loro le tasse. Strategia “win-win” in cui io vinco e faccio l’italiano furbo, i professionisti, furbi quanto me, vincono perché non pagano le tasse e l’unico che perde è lo Stato e quindi, di nuovo, tutti noi. D’altra parte è il ragionamento che fanno in molti no?

Però forse anche non permettere di avere detrazioni su queste spese (leggetevi la guida sul sito dell’Agenzia delle Entrate e scoprirete che ci sono cose incomprensibili a un essere umano…) diventa però un modo per favorire questo tipo di comportamenti che mi pare siano già abbastanza diffusi…

Non mi si fraintenda: era solo lo sfogo del momento e di chi si sente in qualche modo fregato sempre un po’ dal “balzello” e dalla “buccia di banana” che sta dietro l’angolo. Non si può essere esperti di tutto anche se, accidenti a me, mi sarei dovuto informare prima di dare inizio ai lavori su questa faccenda. Sono contento di pagare le tasse (e quindi i pochi che leggeranno queste righe si divideranno immediatamente pensando o che io sia un cretino o che sia il campione degli onesti) e lo sono perché sono fermamente convinto che queste vadano a pagare quello che con una parola esotica chiamiamo welfare e tuteli chi è meno abbiente. Io stesso fruisco di questi servizi legati, per esempio, alla sanità pubblica che in questo Paese funziona più di quel che siamo disposti a credere. No tasse, no servizi. E questo mi consola, anche se nel “mondo al contrario” nel quale ogni tanto ci sembra di vivere tutto torna: le scie di solito seguono, in edilizia bisogna ricordarci che vanno fatte prima.

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Integrazione

Il fine settimana appena trascorso siamo andati a Venezia a trovare degli amici. Questi amici sono di origine dalmata, sono esuli, da tempo ormai a Venezia. Il padre della signora che ci ha ospitato è venuto a mancare pochi mesi fa alla invidiabile età di 99 anni. Possiamo presumere, senza sapere molto della sua vita, che abbia visto e vissuto molte cose, anche molto strazianti, per le sorti che finanche la Storia recente del nostro Paese (e di quelli contigui) ci ha consegnato.

La casa, confortevole e silenziosa, ci ha accolto e siamo entrati in punta di piedi, con il rispetto che si deve all’ospite e alla persona che non è più, ma il cui riverbero nei semplici oggetti (libri, mobilio) ne rivela molto bene la  presenza. A Venezia, da sempre inclusivo crocevia d’Oriente, me l’avevano detto (ma me lo sono ricordato in questa occasione) non si dice “straniero”, ma “foresto” che sta per forestiero, colui che viene da fuori, ma non è estraneo come lo “straniero”. Sembra poco, ma è molto.

Approfittando del fine settimana FAI, siamo andati a visitare la Scuola Dalmata. Ancora una volta val la pena fare un breve excursus etimologico e, per questo, mi avvalgo della Treccani:

scuòla (pop. o poet. scòla) s. f. [lat. schŏla, dal gr. σχολ, che in origine significava (come otium per i Latini) libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, e più tardi luogo dove si attende allo studio].

Ma l’accezione usata a Venezia è ancora un’altra e ha valore di «antica istituzione [e indica] le prime confraternite laiche, presenti a Venezia dal IX secolo» (cito dal documento che il FAI dava durante la visita guidata). I veneziani conquistavano e integravano. E ancora:

La Scuola Dalmata è più conosciuta come Scuola di San Giorgio degli Schiavoni; fa parte delle scuole “piccole” cioè quelle che riunivano coloro che esercitavano la stessa attività (scuole di arti e mestieri), quelle che riunivano le varie “nazioni” presenti a Venezia (cioè cittadini di paesi stranieri o provenienti da altri stati italiani (tedeschi, albanesi, greci, armeni, dalmati, fiorentini, milanesi, lucchesi, ecc.) o che professavano religioni diverse. Per “Schiavoni” si intendono gli abitanti della Dalmazia, spesso soldati e marinai al servizio della Serenissima fino alla sua caduta, o più semplicemente presenti a Venezia con attività commerciali da quando nel 1409 il Regno d’Ungheria cedette a Venezia i diritti su Zara e la Dalmazia.

Servono commenti? Mi pare di no. Come se non bastasse, in treno leggevo il bel saggio di Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile. E, arrivato a pagina 111, vi si legge, a proposito di alcuni esilii eccellenti:

[Seneca] costretto da Claudio a vivere nell’aspra Corsica (l’esilio, durato dal 41 al 49 d.C., servì a strappare Seneca all’opposizione), scrive alla madre Elvia alcune delle pagine più profonde della latinità (Consolatio ad Helviam). Mentre Ovidio non fa che compiangersi ed esagerare i disagi della lontananza e la bruttezza del luogo in cui gli tocca vivere, Seneca, con il dichiarato intento di consolare la destinataria, nega addirittura che ci sia esilio al mondo, poiché lo spostarsi è condizione stessa della vita. Tutto nell’universo (“mundus”) muta collocazione inarrestabilmente, tutto si muove; la mente stessa dell’uomo non smette di esplorare e di spingersi lontano, perché è fatta della stessa sostanza delle stelle e dei corpi celesti, perennemente mossi. Ecco, quando si leggono riflessioni del genere, si capisce in che cosa la letteratura latina è unica e necessaria: nella sua capacità di collegare il caso minimo, la vicenda personale o il fatterello di cronaca, a un ordine cosmico, che tutto trascende ma a tutto, anche, conferisce dignità e profondità più che terrena. Perfino Roma è nata da un profugo, Enea. E poi i Romani hanno fondato colonie ovunque. E prima di loro i Greci si sono diffusi per il Mediterraneo. Popoli interi cambiano sedi. Se l’emigrazione (“populorum transportationes”, Consolatio ad Helviam, VII, 5) è esilio (e qui Seneca, mentre si riferisce a una realtà antichissima già ai suoi tempi, sembra che descriva i nostri anni), si deve parlare di esilio collettivo (“publica exilia”, ibidem). Perché, dunque, dolersi di non essere più a Roma? Perché una madre dovrebbe piangere di nostalgia come se figlio fosse morto? E perché, poi, credere che l’esilio sia una perdita di credito pubblico? I templi distrutti (“aedium sacrarum ruinae”) non vengono onorati come se ancora fossero in piedi (XIII, 8)? Seneca usa anche un altro argomento — grazie al quale tocca davvero vertici altissimi — per togliere alla sua condizione qualsivoglia stranezza negativa: l’uomo ovunque è a casa, perché quello che veramente conta, ovvero la sublimità della creazione, si misura allo stesso modo da qualunque punto della terra. E allora non c’è più Corsica aspra e inospitale, non c’è più suolo, ma solo la volta celeste, dove corpi di varia luminosità sorgono e tramontano e seguono la loro orbita e abbagliano e tracciano scie sfavillanti come se cadessero, ispirando senza posa l’ingegno dell’osservatore (VIII).

È morto l’angelo sopra Berlino

Ich weiss jetzt, was kein Engel weiss.*

Questo, in primo piano, con una penna che traccia la sempre esotica lingua tedesca, è uno degli ultimi fotogrammi di quel gigantesco film che è Der Himmel Ueber Berlin (Il cielo sopra Berlino). Lo vidi un paio d’anni dopo la sua uscita, quando il muro conficcato nel cuore della Germania, nel suo cuore pulsante, si stava definitivamente sgretolando, offrendo la data ufficiale della caduta del comunismo. Il film però è del 1987, quando il muro ancora non mostrava segni di cedimento.

Un film romantico – per chi non l’ha visto, da vedere – con i due angeli Damiel e Cassiel capaci di ascoltare i flussi di coscienza delle persone a cui si accostano, i loro pensieri, i loro turbamenti, le loro gioie, i loro dolori. Così da sempre, oltre la cortina del tempo, metafora di quella cortina di ferro che divideva le due germanie e oltre la quale – vista dal lato occidentale – quella dell’Est sembrava essere immobile, in bianco e nero (prima tra le tante chiavi di lettura del film).

Tutto procede così, con questi angeli che vedono e ascoltano non visti – tranne in rarissimi casi, quelli di anime pure come certi bambini che possono averne sentore e scorgerli di tanto in tanto – e impossibilitati in ogni interazione col mondo reale. Tutto questo fino a quando Bruno Ganz/Damiel non si innamora di Marion, una splendida circense a cui compare in sogno.

Il punto di ritrovo degli angeli sopra Berlino è ovviamente Siegessäule, altresì nota come Colonna della Vittoria, a cui mi recai “in pellegrinaggio” nel 2007, 20 anni esatti dalla realizzazione del film, per l’ultimo viaggio – proprio a Berlino (agosto 2007) – prima di morire e poi nascere di nuovo (settembre-ottobre 2007). Fu un viaggio di cui ho un ricordo quasi onirico. Andai a trovare Francesco, un mio vecchio compagno di master, trasferitosi definitivamente a Berlino forse più per amore della città e delle sue donne che per lavoro. Ricordo di aver macinato tutti i chilometri che separavano casa mia da casa sua quasi in un colpo solo e, senza indicazioni (se non quelle da lui fornite) arrivai senza sbagliare a suonargli il campanello, poco prima dell’ora di cena. Devo aver avuto una faccia particolarmente stravolta con gli occhi che avevano inghiottito tutto quell’asfalto in un colpo solo, facendone indigestione, se ricevetti, come primo invito, quello di fare una partita a ping pong, come ai vecchi tempi del master a Trieste. Il tavolino era di quelli di cemento, in un piccolo parco dietro casa sua. Fu la cosa giusta perché rimisi in moto il corpo e cancellai l’asfalto dagli occhi. Ma fu un viaggio bello per molti altri motivi, che verrebbe lungo spiegare qui.

Torniamo agli angeli del film: Damiel per amore decide di farsi uomo per Marion, rinunciando a quei privilegi di angelo e così cade letteralmente dal cielo con la sua corazza d’oro che gli piomba sulla testa, ferendolo. Lui si riprende e sente per la prima volta il sangue, lo assaggia, può respirare, sente freddo, vede i colori. Capisce, in pochi istanti, cosa hanno significato tutti i pensieri che ha ascoltato dalla notte dei tempi, li comprende nel suo senso pieno e non come parole sganciate da ogni esperienza (vi ricorda niente questa seconda chiave di lettura? Un essere ultramondano che si fa uomo non per amore di una singola donna – o forse chissà anche sì! – ma per l’intero genere umano…).

Damiel scopre presto che esistono altri ex angeli, come Peter Falk (ricordate il tenente Colombo? Proprio lui!) che gli offrono preziosi consigli per l’inizio della sua vita da uomo. Damiel si mette presto sulle tracce di Marion, ma il suo circo itinerante si è, nel frattempo, spostato. I due si ritroveranno, convergendo verso quei mondi underground dove regna la musica di frontiera, dove si balla tutta la notte in fabbriche dismesse (l’ho fatto quando sono andato a Berlino) e dove si esibisce niente meno che Nick Cave.

Bruno Ganz/Damiel quando, ormai uomo, incontra Marion

L’amore verrà quindi coronato e Damiel/Bruno Ganz sarà un uomo felice.

Ganz è morto un paio di giorni fa a 77 anni per un cancro all’intestino e sarebbe riduttivo pensarlo solo come angelo – anche se per me lui rimane quello – vista la sua meravigliosa carriera spesa tra cinema e teatro (ma il teatro “importante”, confrontandosi con gli autori classici…) e una interpretazione, apparentemente minore, in un vecchio film di Soldini, Pane e Tulipani. Per me però resterà sempre l’angelo che ha scritto:

* Io adesso so / ciò che nessun angelo sa.

ll libro verde e 108 metri

Finalmente, dopo qualche tempo, un libro e un film che quando li hai finiti puoi dire: ah, che bella storia! M’è proprio piaciuto! Il film è Green book, nelle sale in questi giorni e, come spesso accade, non importa lavorare di fantasia per raccontare storie degne di essere raccontate, ma basta solo scoprire un po’ della realtà, che di spunti ne offre quanti ne vogliamo.

Vi risparmio la sinossi: la potete trovare alla corrispondente voce Wikipedia oppure su altri siti. Viggo Mortensen – che pure ha una carriera cinematografica di tutto rispetto – è stato il fantastico padre di famiglia di Captain Fantastic e per me, che di cinema sono piuttosto ignorante, è stata di fatto la prima apparizione che me lo ha reso riconoscibile (ma ripeto: ha un curriculum denso di interpretazioni). In Green book – statunitense di origini danesi – si ritrova a interpretare l’italiano, un po’ da stereotipo, figli di immigrati che si arrabatta con mille lavori, che vanno dal buttafuori, all’autista fino alla guardia del corpo. Proprio in queste due ultime mansioni lo troviamo impegnato nel ruolo di Tony Lip, pseudonimo di Frank Anthony Vallelonga, che accetta di accompagnare in un tour di concerti negli Stati Uniti del sud un virtuoso del piano, Don Shirley.

L’unico problema è che il pianista è di colore e siamo negli anni ’60, quindi all’apice delle lotte contro la segregazione razziale. Shirley decide volontariamente di intraprendere il tour, ben consapevole dei rischi, così come lo era, almeno in una certa misura, Vallelonga. Così il viaggio cambierà entrambi: l’italiano – che a sua volta ci appare, all’inizio del film, razzista – capisce sulla propria pelle cosa significa essere discriminati; Shirley si lascia contagiare, in una certa misura, nel godersi le cose semplici della vita (come mangiare il pollo con le mani, in auto, durante i lunghi trasferimenti da un concerto all’altro), da quel poco educato personaggio che gli fa da autista.

Ma la storia è vera perché Vallelonga e Shirley sono esistiti e hanno davvero fatto quel viaggio insieme e davvero sono rimasti amici e la storia viene fuori perché uno dei figli di Vallelonga ha contribuito alla sceneggiatura. Ah, dimenticavo: il titolo. Anche il green book esisteva davvero ed era una guida – redatta da Victor H. Green e aggiornata annualmente – su dove le persone di colore potevano alloggiare senza problemi nel sud degli Stati Uniti, come dice questa voce inglese di Wikipedia.

Il libro, che invece ho appena terminato, è 108 metri. The new working class hero, di Alberto Prunetti, un mio coetaneo che viene da Piombino. A parte “l’aria di casa” che ho respirato leggendolo (l’italiano è sapientemente impastato al vernacolo labronico) la storia è davvero molto toccante, almeno per le mie corde e per quello che, alla fine, è stato un po’ anche il mio mondo. E lo è stato per due motivi: il primo legato all’estrazione sociale operaia, cui appartengo – mio padre è stato operaio metalmeccanico – e poi perché nella mia rocambolesca vita professionale ho fatto il macchinista nelle ferrovie e tra i servizi c’erano da fare i treni merci e tra quei merci c’era un turno che ci portava alle acciaierie di Piombino, a caricare proprio i binari che fanno da filo – direi robusto, fuor di metafora – conduttore al libro stesso. La stazione, nel nulla, era quella di Fiorentina di Piombino, per la precisione, e ricordo ore interminabili, colmate solo dalle letture o da qualche passeggiata per sgranchirsi le gambe nelle stagioni favorevoli, in attesa del carico, tra i più pesanti, con treni che sfioravano le 1.200 tonnellate di peso e le curve che dovevano essere prese sotto i limiti di velocità perché l’acciaio, lungo 108 metri appunto, si flette, ma se lo fai flettere troppo velocemente “reagisce” e altrettanto prontamente cerca di raddrizzarsi. Unica ricompensa per una giornata che finiva presto ma iniziava prestissimo era il pranzo a Cecina: sosta prevista e concordata, che vedeva i macchinisti pranzare in una trattoria “in centro” (quindi alla fine a pochi passi dalla stazione), utile momento di stacco che ci faceva sentire quasi in vacanza e non al lavoro. Ah: piatto forte della trattoria, il polipo con le patate – o almeno: per me in quegli anni era uno dei migliori che avessi mai mangiato.

Prunetti è bravo a condurre il lettore nella sua peregrinazione d’oltre Manica partendo da quel retroterra da cui arriva e dal quale, ovviamente, non può prescindere. Ma è uno “anomalo”, come lo è stato qualcuno delle nostre generazioni: alla vita che per i figli degli operai prometteva un “tetragono fortificato” (cito: «I miei amici d’un tempo non hanno esitazioni: calcio, cazzotti, donne e acciaierie. Un tetragono fortificato che ti apre la strada verso il futuro: il matrimonio a 22 anni, il figlio e il mutuo a 24» – p. 48) lui preferisce prima lo studio e poi la fuga, quando scopre che quella laurea non gli darà da mangiare. Una fuga che non farà di lui un cervello in esilio ma, come dice lui stesso, lo renderà protagonista di “un’epica stracciona”, circondato da contingenti sodali e amici (in diversi casi immigrati come lui, più che inglesi) che lo cambieranno, almeno un po’. Un libro all’apparenza divertente, ma in filigrana amaro, perché la classe sociale dalla quale arrivi te la porti dietro come uno stigma e allora, per evitare che uno stigma rimanga, la usi come vessillo nell’eterna lotta sociale tra le classi – perché, per quanto qualche intellettuale sostenga il contrario – le classi sociali esistono eccome e sono prive di permeabilità osmotica, soprattutto verso l’alto.

La sindrome Dogville

Suranne Jones nei panni di "Doctor Foster"
Suranne Jones nei panni di “Doctor Foster”

Certo è che se lo stato (emotivo, psichico, morale) di un Paese lo si dovesse dedurre quasi esclusivamente (ma questo “quasi esclusivamente” è ciò che in realtà ahinoi accade…) da quel che produce in ambito artistico e nella fattispecie televisivo/cinematografico, beh allora gli Stati Uniti sarebbero davvero messi male. Voglio dire: personalmente – non avendo contatti diretti con persone che lì vivono – mi faccio un’idea di quel che di là dal mare accade sbirciando magari sul New York Times, ma più spesso sentendo i telegiornali italiani che riferiscono quasi sempre solo di scandali o violenze e uccisioni o, come a molti di noi accade, vedendo più o meno “passivamente” (ovvero: quello passa il convento perché “fare igiene” – come diceva un vecchio amico – anche su questo costa, come per tutte le cose, fatica) film o serie tv che da lì arrivano. Personalmente sono un po’ stufo. Con mia moglie ci abbonammo su Netflix: prima che ci conoscessimo non era mia abitudine seguire serie TV, ma sono stato “contagiato” da questa “malattia”, con la scusa di mantenere vivo almeno un po’ l’inglese passivo dell’ascolto e nello stesso tempo non essere ammorbati dalla pubblicità.

Così che siano film, che siano serie, gli ingredienti e la salsa sono sempre quelli: violenza (fisica o morale), competitività estrema, sesso e potere. Ma la vita somiglia anche solo vagamente a questa roba qui? E anche fosse: si riduce a questi estremi sempre e comunque?

Da qui il mio essere stufo e il cercare – pur sempre nel canone Netflix da cui mi aspetto poco – qualcosa di vagamente più articolato, che ho trovato ultimamente nelle serie La casa di carta (Spagna) e Dottor Foster (Regno Unito). Di quest’ultima, che tratta temi “classici” ed evergreen come il tradimento coniugale, l’aspetto che mi ha colpito è il sottile ma tenace filo che collega (secondo me) la storia della protagonista a un vecchio film, Dogville (2003), di Lars von Trier – con protagonista una bravissima Nicole Kidman e, nel suo piccolo, un film che ha girato relativamente poco nelle sale, italiano, sullo stesso tema: Il vento fa il suo giro (2005) di Giorgio Diritti.

Non è questa la sede per narrare le trame (che si trovano un po’ ovunque) e dei due film e di questa serie, ma è impressionante quanto sia determinante il contesto nelle vicende che si narrano. Il leitmotiv è l’essere finiti in un posto piccolo (paese, villaggio, cittadina) da uno remoto, ma certamente con un’altra mentalità e presumibilmente più grande (in Dottor Foster con certezza sappiamo che la protagonista arriva da Londra). E questo posto piccolo, all’apparenza accogliente e dove sono tutti amici si rivela presto un inferno per l’estraneo che in qualche modo perturba – pur avendone in tutti e tre i casi sacrosante ragioni – la quiete e il quieto vivere del paesino. La protagonista (perché alla fine le donne sono protagoniste e “pietre dello scandalo”) in tutti e tre i casi è costretta ad azioni eclatanti per smuovere coscienze inamovibili e votate sull’altare del quieto vivere in nome del quale sacrificare sostanzialmente tutto (e tutti): dignità, etica, rapporti personali, amicizie, persone. Nonostante queste azioni eclatanti si ritrova sostanzialmente sola a combattere la propria battaglia, comprendendo di essere circondata sostanzialmente da una manica di stronzi (si può dire vero?).

Insomma: scenari inquietanti che mostrano “l’altra faccia” della provincia, quella che non vorremmo mai sperimentare sulla nostra pelle (allora meglio i film “sparatutto” in cui giustizia e vendetta sono realizzate a colpi di pistola?).

Lavatrice 2018: odissea nello strazio (ovvero: i limiti della globalizzazione)

Succede. Succede che un bel giorno pigi il bottone dell’avvio della lavatrice e quella, che fino alla volta prima aveva funzionato perfettamente, non parta. Il motore sembra voler avviare il cestello, ma si blocca. Ovviamente quel che succede di solito lo fa di venerdì (pomeriggio) 24 agosto (ci tengo a scrivere le date perché mi pare dia il senso della débâcle a cui – soprattutto io, che mi ostino a voler tenere in funzione una lavatrice che ha ben qualche anno – siamo andati incontro).

Comunque: chiamiamo il tecnico, che arriva lunedì 27, armeggia quel che deve e scopre che il cestello non gira perché pare che la resistenza (non originale ed evidentemente sostituita dai precedenti proprietari) si sia deformata e vada a toccare il cestello, il quale ha faticato a girare e di conseguenza ha surriscaldato il motore che, a sua volta, ha tirato le cuoia. Questa la diagnosi definitiva, anche se il tecnico ci è arrivato in due tappe successive perché in un primo momento è fulmineamente andato ad acquistare una resistenza, pensando (in buona fede?) fosse solo lì il problema (resistenza originale e pagata, secondo quel che lui stesso ci diceva, 130 € senza uno straccio di scontrino – il che mi aveva cominciato a far nutrire qualche sospetto), ma che per fortuna, rimontando il tutto, si è scoperto, nella fase 2 della diagnosi, che il problema non era lì (o non solo lì) e c’era di mezzo il motore.

Questo è stato smontato, gli sono state tagliate artigianalmente le alette di raffreddamento (come ultimo tentativo per capire se ancora lo si poteva recuperare) ma, al primo tentativo di accensione è andato in corto facendo saltare il contatore generale di casa. Bene, i pezzi da cambiare sono quindi 2: motore e resistenza. Congediamo il tecnico azzeccagarbugli a cui abbiamo pagato il disturbo 30 € (perché anche la conta dei soldi, oltre che del tempo è importante) e il giorno stesso faccio questa indagine su internet per scoprire quello che, a tutta prima, m’è parso il paradiso del ricambista: https://www.candy-ricambi.it/ o anche https://www.365ricambi.it/ (che di fatto ho scoperto essere sostanzialmente la stessa cosa) e, dopo aver messo marca e modello della “lavabiancheria”, ecco che finalmente spuntano sia il motore che la resistenza (e qui scopro che il costo di quest’ultima è ben più basso: poco più di 40 €…). Ordino prima il motore e, fatta la procedura, mi rendo conto che non ho ordinato la resistenza, ma ormai è sera…

Arriviamo quindi a martedì 28. Dopo aver armeggiato un po’ sul web riesco a scovare un telefono, il cui prefisso sembra essere Milano. Chiamo, mi rispondono con il solito centralino-segreteria di smistamento (1 per ordini, 2 per disdirli, 3 per parlare con un tecnico ecc. ecc.) e finalmente parlo con una signora/signorina che mi dice (1) di essere in Inghilterra e che (2) anche i pezzi della mia lavatrice lo sono. Del motore – di cui non v’era immagine (ma mi sono fidato delle parole: se mi scrivete che quello è il motore del mio modello tendo a fidarmi…) – scopro di aver ordinato quello sbagliato e comunque finalizzo, con il suo aiuto, l’acquisto della resistenza (dopo aver accuratamente dato il numero seriale del mio modello).

Il motore, che sarebbe dovuto arrivare fra un tot di giorni (perché ebbene sì, ho voluto risparmiare fruendo della spedizione standard che costa un terzo di quella via corriere) arriva invece oggi 31 agosto per un errore loro: l’hanno mandato via corriere. Scarto il pacco e ovviamente il motore non è quello giusto e questo credo denunci soprattutto il grado di approssimazione di questa gente: come si può pretendere di vendere pezzi di ricambio quando di questi non si mette una foto e non si chiede durante l’ordine la cosa che scopro essere fondamentale (il numero seriale)? Ritelefono chiedendo lumi per la procedura di restituzione: mi mandano una mail con gli estremi per la spedizione tramite poste italiane a carico loro e un pdf di istruzioni che recita:

3. Spedizione
Il francobollo prepagato é valido solo per le Poste Italiane, se l’ufficio postale si rifiuta di rilasciarvi una ricevuta cercate di farvi timbrare la data su questa pagina. Nell’eventualitá che l’ufficio postale non riconosca il francobollo prepagato, basta informarli che, quest’ultimo fa parte della convenzione sottoscritta da Royal Mail e Poste Italiane con condizione IBRS/CCRI “Corrispondenza Commerciale Risposta Internazionale ” .
Le suggeriamo di spedire il pacco nonstante non venga rilasciata alcun tipo di ricevuta, ma la preghiamo di comunicarci il giorno e l’ora dell’avvenuta spedizione tramite e-mail.

C’è di che rimanere perplessi anche solo leggendo questo messaggio: o la convenzione con le poste inglesi (Royal Mail, mica pizza e fichi) c’è e continuiamo a essere in un posto chiamato Europa (e dintorni, nonostante Brexit) oppure non c’è e le poste italiane non ne sanno nulla. E invece anche qui ci si scontra con una approssimazione sconcertante perché alla fine la cosa non ha funzionato. Infatti, giunto alla posta col pacco e il foglio-francobollo la signora dello sportello – gentile e volenterosa – non aveva idea di come spedire (pacco semplice? Raccomandato? Quale tariffa?) perché i codici forniti sul foglio non erano ammessi sulla schermata di utilizzo.

Richiamo per l’ennesima volta, ascolto il centralino smistatore (1 per ordini, 2 per disdirli, 3 per parlare con un tecnico ecc. ecc.) che mi fa impazzire perché, idiosincratico come sono per il cattivo uso della lingua italiana, non posso sentir dire “per ritornare un pacco digitare 2”: il pacco non si ritorna ma si restituisce, cazzarola! Comunque: a fronte della difficoltà alla posta la signorina dall’altra parte della Manica taglia corto e mi dice che martedì 4 settembre mi manderà un corriere a prendere il pezzo e che i soldi mi verranno restituiti solo dopo che il pacco sarà arrivato in Olanda (sì perché gli acquisti si fanno in Inghilterra e i resi si mandano in Olanda). Ho perso tempo alla posta, ho fatto perdere tempo alla signora, ma almeno l’abbiamo (forse) risolta.

Resta quindi il problema di recuperare un motore di quella lavatrice e mi viene finalmente in mente la cosa che avrei dovuto fare per prima, ovvero: chiamare mia cugina a Torino che, da sempre, è nel settore, avendo avuto un negozio di elettrodomestici e lavora, adesso, per un grande centro assistenza a Torino. Mi risolve il problema in un minuto e poi mi chiede quel che mia moglie (che nel frattempo ha speso 16 € di lavanderia a gettone…) mi ha chiesto sin da subito (facendomi passare per quel Don Chisciotte quale a volte sono): «Cugino caro, ma perché non ti sei comprato una lavatrice nuova? Mal contati, tra disagio e tutto, ti partono buoni buoni 200 €, ne aggiungi 50 e hai una macchina nuova!»

E’ difficile rispondere qualcosa di sensato a chi ha un atteggiamento pratico e con questa faccenda fa i conti quasi quotidianamente (per metter su bucati intendo) e quotidianamente (nel caso di mia cugina che vede queste cose per lavoro), quindi balbetto la mia solita scusa: in questi anni non si è mai rotta, solo una volta ha dato un problema e il tecnico che venne disse che era una macchina da tener di conto perché “così (manuali) non le fanno più” e che anche il tecnico azzeccagarbugli comunque aveva confermato.

La questione del motore va bene anche perché il prossimo fine settimana (venerdì 7 settembre) devo andare a Torino per altre questioni e quindi viene comodo recuperarlo e prendere un caffè con la cugina, ma davvero mi chiedo se e quanto abbia (avuto) senso tutto questo sbattimento per “conservare” un po’ di CO2 (quella equivalente alla produzione dell’elettrodomestico che ho qui a casa) – anche se su questo, considerando il fatto che diversi chili di ferro e magneti hanno viaggiato per tutta Europa avanti e indietro, mia moglie ha usato l’auto per andare alla lavatrice a gettone (e non è ancora finita), pure ci sarebbe da ragionare.

Di sicuro non abbiamo risparmiato né tempo né soldi. La vera sconfitta per chi ancora volesse avere qualche velleità anticonsumistica consiste nel fatto che, proprio perché il mondo è così configurato, è quasi impossibile non adeguarsi a ciò che verrebbe più semplice e immediato: acquistare una nuova lavatrice. Questo è uno dei motivi per cui l’Umanità tutta non ce la farà se non si decide a cambiare direzione. Questo della lavatrice è il dettaglio di un singolo e della vita di quel singolo: proviamo a moltiplicarlo per tutti gli abitanti di primo e (almeno) secondo mondo e magari, non è improbabile, moltiplicarlo per 2 o anche 3 volte (perché statisticamente mi pare del tutto plausibile che nella vita di una persona un episodio analogo possa accadere più di una volta) e vediamo che numeri vengono fuori. Si chiama “obsolescenza programmata” e ne parlava già un libro pubblicato 46 anni fa – I limiti dello sviluppo – che sto per ripubblicare adesso con Lu::Ce edizioni con il titolo I limiti alla crescita.

La guerra delle cappesante, il sushi e i limiti delle risorse

Battaglia navale: purtroppo quella che si combatte nella Manica non è questa…

Che tra francesi e inglesi storicamente non sia mai corso del buon sangue è tutto sommato cosa (storicamente) nota, ma che questo abbia a che fare con una specie di guerra dei pescatori è in effetti una novità per chi non si occupi di esaurimento delle risorse.

Charles Hall (questo signore qui per la precisione, visto che ha un certo numero di omonimi negli Stati Uniti), allievo di Howard Odum, fondatore di una branca dell’ecologia, sviluppò il concetto di Eroi (acronimo inglese di ritorno energetico sull’investimento (energetico), ovvero: quanta energia è necessaria per estrarre (e in generale ottenere) energia) proprio partendo dal settore ecologico in senso stretto – e non da quello energetico. E l’esempio della pesca intensiva fu tra i primi per spiegare questo concetto pur semplice. Un esempio “classico”, che si fa per aiutare a comprendere come anche risorse rinnovabili (come i pesci) se sfruttati troppo intensivamente, risultano non più rinnovabili. E’ un esempio in qualche modo storico, visto che già compare in un famosissimo libro del 1972: I limiti dello sviluppo – che quest’anno verrà ristampato col titolo I limiti alla crescita in occasione dei 50 anni del Club di Roma.

Appare quindi, tutto sommato come una non-novità – e anzi: una conferma di come purtroppo stiano andando le cose. Conferma che arriva anche dall’altra parte del mondo, quello giapponese la cui cucina è nota per il sushi e per uno dei mercati (dove il pesce si vende) più famosi al mondo: il Tsukiji che, ancora notizia di questi giorni, verrà spostato dalla sua sede storica, ad una dove pare il tasso di inquinamento sia molto più elevato, secondo quel che scrive il Post.

La notizia fa il paio con le dichiarazioni del “mito vivente” Jirō Ono, che durante le interviste per un documentario su di lui (Jiro e l’arte del sushi), parla (e il figlio gli fa da contraltare) di questo “grande problema” del pescato, del depauperamento delle risorse ittiche (soprattutto quelle di qualità su cui questi signori basano il proprio giro di affari). A questo link le sue parole.

Benvenuti: le previsioni cominciano a diventare realtà anche per il “primo mondo”…