Non ce la possiamo fare (#2)

Vorrei mettere a questo titolo una numerazione del tipo 2 di 3 o anche 8 di 100, dove la seconda cifra indicherebbe la fine di una serie di osservazioni casuali, talvolta anche banali, su quel che abbiamo intorno… Invece non lo posso fare. So che questa faccenda potenzialmente – dalle cose più piccole, dalle quisquilie, per usare una terminologia cara a Totò, alle cose enormi che percepiamo come “ingiustizia” – non ha fine. Sono sicuro che mi strancherò prima io. Ma tant’è.

Apprendo l’ennesima sconfitta: il record di incassi di “Colpi di fortuna”, il cinepanettone-polpettone di Christian De Sica. Lui si che il colpo di fortuna l’ha fatto, su tutti quelli che hanno speso i soldi del biglietto per entrare in sala a vedere il suo film… Auguri a tutti…

colpi di fortuna
Gli incassi di “Colpi di fortuna”
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Burro di arachidi (Lost)

Ebbene sì, lo confesso: tardivamente sono stato coinvolto da Lost, la serie di telefilm statunitense – forse sarebbe meglio dire, per le dimensioni che la storia ha assunto, la telenovela, o qualcosa del genere – dei sopravvissuti al volo 815 della compagnia aerea “Oceanic”. Avendo acquistato (ed essendomi stati regalati) i cofanetti delle serie fino alla 4 – Feltrinelli, a prezzo stracciato, sotto Natale – ed essendo uscita in tv in anni in cui ero in altre faccende affaccendato, a oggi ho visto l’intera prima serie (in meno di venti giorni) e sono alla fine del primo dvd (contenente 4 episodi).

So di sembrare marziano, ma chi mi conosce sa che non è infrequente che io non conosca cose che tutti sembrano conoscere. Ma poi, come in questo caso, recupero. L’aspetto intrigante – e centrale – personalmente sta nella “questione eistemologica” (chiamiamola così, anche se mi pare di darle fin troppo valore…) legata all’ambivalenza dell’atteggiamento scientifico di Jack (il medico) versus quello “fideistico” di John. Elemento che, presente nella prima serie, sembra esacerbarsi nello scontro tra i due (e anche in tensioni interne dei singoli personaggi, che pur sempre sono esseri senzienti e razionali…), sin dall’inizio della seconda serie, quando si tratta in sostanza di inserire ogni 108 minuti il codice.

Beh, insomma, arrivo ultimo a queste considerazioni, visto che esiste niente popo’ di meno che una Lostpedia, una sorta di Wikipedia tutta dedicata alla serie (non che Wikipedia non abbia le sue brave voci con dovizia di dettagli, per altro). Insomma: arrivo ultimo in un mondo intimamente esplorato, fino nei dettagli. Ma… ma tra le tante cose inverosimili – accettate dal telespettatore come “patto” per poter guardare la serie tv senza porsi troppe domande (e molto scherzosamente nei contenuti speciali alla file della prima serie, Jimmy Kimmel, chiede all’attore Matthew Fox – interprete di Jack Shephard – uno dei tanti segreti dell’isola: come mai la sua barba rimane sempre della solita lunghezza…) – ve ne sono due più inverosimili delle altre.

La prima: John ha donato un rene a suo padre e ha una cicatrice sulla schiena. E’ vero: non tutti siamo dottori, ma questo è un po’ prendere in giro deliberatamente le persone… Le operazioni ai reni (trapianti e quant’altro) NON vengono fatte sulla schiena, ma si opera davanti, all’altezza delle anche, sollevando completamente l’intestino e tutti gli organi contenuti nel peritoneo. E’ l’unico modo sicuro per accedere a quella regione del corpo come tecnica chirurgica. Dietro si ha la colonna vertebrale e oltre alle ossa, una fitta rete di nervi, oltre al midollo spinale: sarebbe impensabile pensare di prelevare un rene da lì (come lo so? L’anno della maturità a scuola, a un compagno di classe diagnsticarono una nefrite tale per la quale si rese necessario il trapianto di rene). Eppure…

La seconda: se non è verosimile che John abbia una ferita sulla schiena per l’asportazione del rene, è altrettanto inverosimile che possa essere così àmbito il burro di arachidi. Claire Littleton, incinta, ne ha una voglia matta nella prima serie e siccome sono “naufraghi” in un’isola (apparentemente) deserta, Charlie finge di trovargliene un po’ e nel gioco perverso di assaggiarlo aprendo un barattolo vuoto, c’è tutto il godimento come se fosse vero che il barattolo sia pieno della preziosa sostanza. Nel quarto episodio della seconda serie il “sogno” si realizza per le provviste contenute nella “botola”… C’è dell’incredibile nella serie Lost per questo: barbari, barbaroi, “coloro che non conoscono la lingua/le usanze”, molto più per la questione del burro che per quella della ferita… 😉

Buon Natale a tutti!

Ghiaccio e metano: una risata vi seppellirà

Non ho molto da dire sulla questione ambientale. Salvo che è da quando sono ragazzino che ne sento parlare e, ancor oggi, essere preoccupati per del ghiaccio che si scioglie a non so quanti mila chilometri da noi, sembra una preoccupazione da teenager troppo sensibile e nella fase in cui vorrebbe salvare il mondo.

Il problema però è che da quando ero ragazzino, le cose sono cambiate di molto e in peggio, come testimoniano i due documentari segnalatimi dal collega Luca Pardi, che cita un post di Ugo Bardi (questo: http://ugobardi.blogspot.it/2013/12/ghiaccio-e-metano-la-combinazione.html).

Non ho molto altro da aggiungere se non: guardate i documentari (soprattutto il primo che è molto ben realizzato, ma anche il secondo esprime concetti non banali sulla questione) e cercate di fare quel potete/volete se siete sensibili al tema. Io, per esempio, per il prossimo Natale, mi sono regalato un paio di cose (un libro e un DVD) di James Balog, fotografo e fondatore del progetto EIS (Extreme Ice Survey) e, nel mio piccolo, ho fatto una donazione per il progetto.

Ah: una risata vi seppellirà perché il metano deve essere una specie di gas esilarante, visto che, nel secondo documentario segnalato nella pagina di Bardi (La spirale mortale dell’Artico e la bomba ad orologeria del metano), al minuto 17:50 (e per quasi un minuto) vengono mostrate immagini di un ghiacciaio che si disgrega e curiosamente si sentono delle persone ridere. Una cosa che mi lascia perplesso e allibito. Come ridere a un funerale. Che non dico potrebbe essere quello dell’umanità intera, ma quasi. Bah, valli a capire questi umani!

Qualità della vita

Ieri mattina ho preso un aperitivo a Vicopisano, ridente località della provincia pisana, sulla via di Firenze. Zone di campagna, tranquille, che riportano a un passato mitico di quando la nonna ricordava che, una volta, lasciava la chiave sulla toppa di casa, senza il timore che nessuno entrasse. Forse non siamo più a quel livello, ma riempie di gioia star seduto sorseggiando un crodino, al sole e aprire gli occhi per vedere di fronte a sé uno scooter parcheggiato, con casco appoggiato sullo specchietto e chiavi inserite sul cruscotto… Un altro mondo (che speriamo si conservi ancora…).

aperitivo a Vicopisano
aperitivo a Vicopisano

Buddha seriale

Siamo stati ieri a Maison du Monde, una specie di “anti-Ikea” con prodotti (serialmente) esotici e devo dire spesso un po’ troppo leziosi per i miei gusti (i francesi hanno un gusto che non incontra il mio favore). Gita necessaria per qualcosa da regalare a Natale. In mezzo a tutto questo trovo dei Buddha. Fatti così:

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Ora, di religioni orientali so poco per non dire nulla, ma per quel poco che so, la figura del Buddha trova la sua peculiarità proprio nel suo essere multiforme (esiste un Buddha della felicità, uno della speranza, uno della pace, uno della sapienza ecc.). Invece… la rappresentazione ad uso consumistico che ne abbiamo è di una sola specie, direi in posizione classica, come nella tradizioni cristiana lo è il crocifisso. E’ lo spirito del tempo, baby, e tu non ci puoi fare nulla…

Non ce la possiamo fare

Segnalo velocemente – ancora oggi – due episodi scissi tra loro, ma significativi per quel che riguarda l’idea se (/che) ce la si possa fare o meno.

Il primo (micro): alla mensa del posto di lavoro – cronicamente in crisi per essere sottodimensionata rispetto al numero di utenti – si usano spesso piatti e posate di plastica. La lavastoviglie industriale non ce la fa a tenere il passo, non ci sono soldi, da tempo si parla di una ristrutturazione radicale dell’impianto, ecc. ecc. Tutto nella “norma” (?!?). Una norma che prevede una volta al giorno, per una media di mille millecinquecento persone tutti i giorni lavorativi della settimana, l’uso di posate e piatti di plastica. Ma tant’è. Oggi ho preso il passato di verdura, e ho avuto anche la fortuna di prendere un piatto vero e delle posate degne di questo nome. La bustina (per fortuna di carta) che le contiene non prevede però il cucchiaio che di solito, quando ci sono passato di verdura o altri “piatti liquidi”, viene messo a parte, in un cestellino. Oggi il cestellino semplicemente non c’era. Ho chiesto alla signora della mensa che con la massima serenità mi ha detto di prendere quello nella confezione/bustina (di plastica) delle posate di plastica (sempre disponibili). La bustina che io prendo per prendere dei tre oggetti SOLO il cucchiaio, devo aprirla, vanificando le condizioni igieniche e lasciando che tutto sostanzialmente venga buttato via. Non ce la possiamo fare.

Il secondo (macro) merita un titolo: «No alla ‘ndrangheta, sì a Versace». Leggere a questo link per credere (e se «Repubblica» dovesse archiviare la notizia altrove, la trovate comunque a questo link in PDF). Senza parole e, ancora una volta, non ce la possiamo fare.