E l’Arno fece bella (e minacciosa) mostra di sé…

Oggi – o ieri: dipende da quando riuscirò a mettere su questo post, data l’incertezza della connessione alla rete – 31 gennaio non sono andato a lavorare. Il telefono ha squillato appena acceso: un sms di una collega, con la quale avevo appuntamento non appena avessi varcato i cancelli del Cnr, diceva che non sarebbe andata al lavoro per l’emergenza Arno.
Guardo il web (stamattina funzionava…) e le notizie erano quelle del caldo invito a rimanersene a casa a meno che l’uscita non fosse indispensabile o urgente. L’ufficializzazione della notizia è poi arrivata da altre mail inviate dal direttore dell’Area di Ricerca in continuo contatto con la prefettura.
In effetti ieri, rientrando poco prima di cena a casa dal centro città, l’idea era del preludio a una possibile apocalisse: strade allagate ben più di una normale pioggia, acqua che riusciva a evadere per i suoi percorsi dal manto stradale con estrema difficoltà.
Una sorta di normalità dell’eccezione alla quale dovremmo essere abituati. Tra falsi allarmi (mediatici) catastrofisti e tragedie reali, ormai non sappiamo neppure più distinguere bene.
Così ho lavorato da casa un po’, almeno su alcune cose che avevo in sospeso e che, riportate a lunedì, sarebbero state di peso. Nel dopo pranzo ho fatto due passi e mi sono avventurato con la macchina fotografica sul ponte di Caprona, poco distante da dove vivo, passando dall’argine di quel fiume che tanto preoccupa tutti. In effetti la mia casa non è molto distante dal corso d’acqua più importante della Toscana, ma le alluvioni del passato qualcosa hanno insegnato: lo scolmatore è stato aperto per tempo a Pontedera (a monte di questa zona) e sebbene l’allerta sia proseguita in queste ore, la situazione sembra sotto controllo: a Pisa sono state montate le paratie e alacremente gli uomini della Protezione Civile, l’Esercito, le forze dell’ordine tutte hanno avuto l’agio di fare le cose, di preparare la città, la popolazione, loro stessi al peggio. Si arriva, insomma, pronti.
Ma, tornato indietro dopo aver scattato qualche foto dell’evento eccezionale (ne ricordo uno simile esattamente 20 anni fa, quando in una licenza militare, tornando a trovare la fidanzata pisana dell’epoca, trovai tutto sbarrato, sacchi di sabbia ovunque, il ponte di mezzo che tremava e a cui era impedito l’accesso…) come se alla fine si fosse stati in gita, il pensiero corre a quelle occasioni in cui l’acqua è arrivata senza preavviso e ha distrutto, disintegrato luoghi, cose, persone.
Penso al disastro del Vajont – da poco sono trascorsi 50 anni – o all’Arno, a Firenze, nel 1966. O ancora alle alluvioni che hanno battezzato il millennio: in Piemonte nel 2000, ma ancora prima nel 1994, poi quelle recentissime in Sardegna e a Modena. Forse, per farsi un’idea, può essere utile consultare questa pagina Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_alluvioni_e_inondazioni_in_Italia.
Ancora una volta, come si dice, possiamo raccontarla e tutto appunto, si risolve in un “esercizio di forza” del fiume, qualche disagio alla viabilità. Fors’anche qualche cantina allagata, ma sono “andato in gita” a vedere il fiume. E questo è il dato consolatorio. Consolatorio quanto lo è il metro cubo che abbiamo appena evitato. Quanto pesa un metro cubo? Era la domanda che il Marco Paolini, faceva al pubblico in quell’orazione civile che lo ha reso famoso. In molti non sanno rispondere e non si ricordano. Rimangono disorientati ascoltando la risposta – una tonnellata, mille chilogrammi – perché sembra esserci una intuitiva sproporzione tra il modesto volume che dominiamo con lo sguardo, che se fosse una scatola vuota riusciremmo a trasportare senza difficoltà, e il peso. Sarà che l’acqua è un elemento amico: siamo fatti di acqua e l’acqua è vita…

Meno consolatoria sembra essere la precarietà cui sottostiamo consultando quell’elenco nella pagina Wikipedia. Ma quand’è così bisogna buttarla sul “filosofico”: di certo nella vita sembra esserci solo la morte… Le cause però sappiamo quali sono, anche se costantemente facciamo finta di nulla e immaginiamo che siano cose che non ci riguardano.

PS(#1): ieri sera, durante il nubifragio, rientravo da Pisa perché ho iniziato un corso di fotografia: è ora di cominciare a usare seriamente la Canon G9 che, grazie ai terribili telefoni con i quali è diventato tropo facile fare foto (tendenzialmente di pessima qualità), è rimasta troppo a lungo nel cassetto. Così ho ricominciato a usarla per far le foto al fiume e, con l’occasione, mi sono aperto un account flickr dove – connessione ballerina permettendo – spero di riuscire a caricarle: http://www.flickr.com/photos/114340088@N08/ (ce l’ho fatta!) 🙂

PS(#2): discutendo di queste cose mi torna sempre alla mente il bel quadro di René Magritte: Le vacanze di Hegel. Un titolo impegnativo per un quadro che però ha il pregio di evidenziare l’indissolubile dualità di uno dei tanti elementi naturali – l’acqua appunto – cui sono soggette la nostre piccole vite.

Le vacanze di Hegel
Le vacanze di Hegel
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Sarò breve e circonciso…

Ieri sera siamo andati a vedere lo spettacolo “Personaggi” di Antonio Albanese, al teatro Verdi di Montecatini. Albanese è noto e non ha bisogno di alcuna presentazione: può piacere o non piacere, ma dal suo spettacolo – il cui titolo generico era necessario per portare in scena i tanti personaggi interpretati in questi anni, da Epifanio in poi… – sono rimasto favorevolmente colpito da un paio di cose:

  1. gli “intervalli” in cui, di colpo e senza preavviso, usciva dai personaggi per dialogare direttamente con il pubblico. Un dialogo mai banale, che spesso ha avuto il sapore della confessione sui sentimenti provati proprio nell’interpretare l’uno o l’altro, oppure narrandone la genesi. Per esempio ha detto che di Cetto La Qualunque, uno dei suoi cavalli di battaglia che negli ultimi anni lo hanno reso celebre, anche al cinema, se ne vergogna. Dice che di politica in realtà lui non se n’è mai occupato (anzi, per essere precisi ha detto: “io sto alla politica come Polifemo sta allo strabismo… oppure come Formigoni sta al Kamasutra”) ma l’idea ha preso forma andando ad ascoltare comizi elettorali di politici di piccolo cabotaggio, così come di levatura medio alta. E la frase, titolo di questo post, per inciso, è stata pronunciata realmente da un politico che adesso è senatore della Repubblica. Insomma: Albanese dice che il personaggio Cetto è in realtà un moderato rispetto ai politici veri e che i comizi elettorali sono esperienze che ti fanno passare la voglia di vivere. E poi, dice, m tocca questo “pilu” sintetico in testa (riferendosi alla parrucca che indossa) che mi mette veramente a disagio. Certo: poi se ne ride. Il compito suo, del comico, è quello, ma bisogna saper ridere come antidoto a una verità che altrimenti fa veramente male. Lo spettacolo si è chiuso con il personaggio del sommelier, uno degli ultimi che ha interpretato anche in tv. Anche qui un po’ di backstage: dice di aver partecipato al “Vinitaly” la grande kermesse del vino che si tiene ogni anno a Verona. I vini, racconta, bisogna metterli in bocca, assaporarli e poi sputarli. Il problema è che lui non ci riusciva e così dopo un’ora che stava lì alla convention e aveva assaggiato 20 tipi di vino era già bello che ubriaco. Ma pure da ubriaco la lampadina si è accesa su uno di questi strani personaggi che vengono osannati come delle divinità: un sommelier che si muoveva, circondato da una moltitudine adorante, come “un Roberto Bolle in cassa integrazione”, ovvero: movimenti strani e del tutto avulsi dallo scopo della manifestazione e, nello specifico, dall’assaggiar vino. Così nasce il personaggio del sommelier con il quale si è congedato da noi, “perché il nostro è davvero un paese strano”;
  2. anche per le caratterizzazioni apparentemente più sbracate ha saputo tracciare una storia, la cui fine è spesso, quasi sempre, molto amara. Una su tutte, quella dell’Alex Drastico – disoccupato e con “tre figli secchi secchi perché non hanno da mangiare” – che viene spedito a nord a curare gli affari di un capo di Cosa Nostra e la sua vita cambia e lui quasi non si rende conto di essere pedina di quel grande ingranaggio nel quale è stato coinvolto per fame, con il “miraggio” di un miglioramento della propria condizione. E ancora una volta interrompe l’Alex de la poesia uccide per tornare l’Albanese che dice, al massimo di quella serietà che solo un comico sa avere, al pubblico del “grande progetto” e del fatto che questo progetto nella sua grandezza è anche semplice: fare in modo che ci sia sempre una riserva di disgraziati e disperati a cui poter attingere.

Insomma si esce dallo spettacolo avendo riso di gusto, ma con la consapevolezza che si tratta di una risata nella quale sono impacchettate anche le tante tragedie del nostro paese.

 

E’ internet bellezza, e tu non ci puoi far niente

La frase originale, lo sappiamo, è pronunciata da Humphrey Bogart nel film «L’ultima minaccia» del 1952 girato da Richard Brooks (per chi volesse rinfrescare la memoria con la scena rimasta celebre: http://youtu.be/COsEP2bFuTA). Tra le cose però più stupefacenti del millennio però non c’è tanto questa idea della stampa che – la storia, anzi: la Storia ce lo insegna – può essere controllata, irregimentata, asservita, quanto piuttosto l’idea che io scrivo questo post e una volta pubblicato davvero l’intero mondo può leggerlo.

Allora, al netto di quel Corrado Guzzanti che provocatoriamente – nel noto sketch sull’ “abboriggeno” (anche qui, per dovere di cronaca, cito la fonte: http://youtu.be/l-qD_3o_obg) – mette in discussione l’utilizzo che di uno strumento così potente si fa, vorrei raccontare brevemente due episodi per i quali questa “naturale potenza” di internet mi ha lasciato di stucco. Cose ovvie, ma quando queste passano sulla propria pelle, sembrano sempre un po’ meno ovvie. Perché sembra strano, perché non lo diresti, perché alla fine facciamo una vita tracciata in confini anche molto ristretti e (relativamente) poche persone hanno davvero per casa il mondo intero.

Il primo episodio ha a che fare con un viaggio che feci nel 2005 per diporto in Mongolia. Regione remota che conserva intatto il suo fascino di paese “nomade” e selvaggio. Con la nostra guida locale, Mugi, avevo legato un po’, banalmente perché ero il più giovane del gruppo (e lei era giovanissima) e perché ero l’unico del gruppo che si esprimeva (pur maldestramente) in una lingua che non fosse l’italiano. Dopo i saluti al treno che stavamo prendendo per tornare in Europa passando da Mosca (ebbene sì, il viaggio era alquanto originale e prevedeva il ritorno in Transiberiana: il celebre treno che percorreva originariamente gran parte del continente asiatico con i due estremi Vladivostok-Mosca ma, quando lo presi io, la tratta era “ridotta” e il treno partiva “solo” da Pechino…) ci fu il silenzio lungo e naturale di chi torna alla propria vita. Mugi per altro aveva appena dato la maturità in Italia (e per questo, tornata nel suo paese, faceva da guida a un gruppo di italiani in gita), a Trieste (Duino), sede di uno dei «collegi del mondo unito», una bellissima e meritoria iniziativa nata durante la guerra fredda. Un momento di transizione che l’ha vista negli anni successivi trasferirsi letteralmente dall’altra parte del mondo per conquistarsi una laurea in Economia. Tutte cose che ho saputo perché, un bel giorno, anni dopo, tra i vari social cui sono iscritto, compare un avviso su chi potrei conoscere. Ora: spesso gli algoritmi che aggregano i dati hanno funzionamenti abbastanza semplici e trasparenti (hai fatto la stessa scuola, hai frequentato la stessa università o hai fatto il servizio militare nello stesso posto…) ma perché lei mi venisse proposta come candidata per una conoscenza rimane, almeno parzialmente, oscuro (parzialmente perché, seppure alla lontana, Trieste rimane un punto di contatto…). Insomma: le scrivo, mi risponde, le mando il link alle foto di quel viaggio che avevo lasciato in una pagina web seminascosta e le dico quel che faccio e ho fatto in questi anni. Lei, a sua volta, mi racconta di sé. Così un bel giorno, per vedere come funziona, attivo google analytics e vado a vedere chi è andato, anche solo per curiosità, a curiosare sul sito della casa editrice. Ecco quel che trovo:

statistiche sito
statistiche sito

C’è almeno una visita che arriva dalla Mongolia. So che Mugi, da casa, è andata a vedere quel che combino. E ne sorrido in cuor mio, pensando che una persona, “sul 45° parallelo” (http://www.rossofuocofilm.it/davide_film_45.htm – questo il motivo per cui mi sono spinto fino là), nel tal giorno, alla tal ora, ha visitato e condiviso con me, per qualche minuto, quel che io ho fatto.

Il secondo episodio riguarda invece sempre (il grande) fratello google e una delle sue applicazioni: Scholar. Cito dal sito:

Google Scholar offre un modo semplice per effettuare un’ampia ricerca sulla letteratura accademica. Con un unico servizio, puoi effettuare ricerche tra molte discipline e fonti: documenti approvati per la pubblicazione, tesi, libri, abstract e articoli di case editrici accademiche, ordini professionali, database di studi non ancora pubblicati, università e altre organizzazioni accademiche. Google Scholar ti consente di identificare gli studi più rilevanti nel campo della ricerca accademica mondiale.

Ora: io non sono un accademico e, qui come altrove, provare a inserire qualcosa che si è fatto ha come unico scopo vedere qual è il meccanismo di funzionamento di uno strumento – quello dei citation index – che professionalmente è usato dalla quasi totalità di accademici e ricercatori, soprattutto in ambito scientifico. Così, dopo aver inserito le modestissime cose prodotte in questi anni, scopro che una professoressa dell’Università del Kansas di nome Crystal Hall (http://www.frenchitalian.ku.edu/crystal-j-hall), dall’altra parte del mondo, cita il mio lavoro su Galileo (che ho creduto a lungo di aver dato alle stampe solo per me e per i tre che possono essere interessati a un argomento simile) in un suo libro: Galileo’s Reading, pubblicato con la Cambridge University Press lo scorso anno.

schermata scholar
schermata scholar

Cose “ovvie”, mi rendo conto, per chi di mestiere fa questo. Ma molto meno ovvie per chi di mestiere fa e ha fatto altro.

L’involontaria ironia di facebook

Forse sarebbe meglio dire: l’involontaria ironia di chi usa facebook. Certo: sappiamo da tempo che i “like” sono riduttivi e – sul lavoro – vivo in un posto in cui si fa ricerca accademica (o giù di lì) su come interpretare e analizzare i “like” (o meglio: l’infinita quantità di dati che sui social network vengono prodotti ogni istante). Una disciplina che si chiama sentiment analysis e sulla quale abbiamo organizzato una conferenza non più tardi di qualche mese fa: http://www.area.pi.cnr.it/areaperta/?q=node/1789

Fatto sta che accadono cose di questo tipo:

schermata facebook
schermata facebook

Ora: non so se si riesce a leggere. In ogni caso, per questioni di privacy ho eliminato il cognome e l’account della persona che ha postato questa notizia. Già un commentatore della stessa le dice quel che anche a me è balzato subito all’occhio: la foto del profilo della persona è sorridente – com’è anche giusto che sia: è carino presentarsi al mondo con un sorriso. Peccato che la notizia sia una tragedia. Ma non solo: la persona, evidentemente dotata di scarso sensibilità, non solo ha postato, ma ha anche dato – alla sua stessa notizia – il “mi piace”. Beh, se “ti piace” che una ragazzina di 16 anni sia stata travolta e uccisa da un treno in corsa, puoi sempre candidarti come partner in qualche prossimo film splatter di Tarantino! Bah, veramente incredibile!

 

La signora Chinnici: un appunto editoriale

Chi mi conosce sa che tra le tante passioni nutro quella per l’editoria: di quella “passiva” (l’acquisto di libri, ahimè, molto più della lettura) non parlo, ma voglio dire solo due parole sulla parte “attiva”, per la quale mi sento minimamente titolato per  aver fondato una casa editrice e, per passione, ancora pubblicare libri per una seconda, fondata, questa volta, come associazione culturale senza fini di lucro.

E’ una questione di sensibilità personale forse. Ma, a certi livelli, anche di profonda coerenza. Mi spiego meglio: Fazio Fabio fa televisione pubblica (e pubblicamente ribadiva, non più tardi di ieri sera, questo suo ruolo che dura da trent’anni…) con un programma il cui format è però prodotto dalla Endemol. Cito testualmente dalla voce «Endemol» di Wikipedia:

Fino all’aprile del 2012 – lo confermano fra gli altri il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore – Mediaset controllava poco più del 33% di Endemol (l’11% direttamente, il resto attraverso controllata spagnola tramite scatole cinesi).
Un comunicato dell’ottobre del 2013, diffuso dalla stessa società, ha ribadito il cambiamento dell’assetto societario avvenuto oltre un anno e mezzo fa.
Il nuovo investimento del gruppo Mediaset è da interpretare come spostamento dell’attenzione su chi produce i contenuti rispetto a chi li trasmette. Ma in Italia tale operazione ha suscitato non poche polemiche anche a causa della peculiare situazione tv, dove 3 soggetti condividono le maggiori risorse e solo 2 lottano per gli ascolti e raccolgono pubblicità consistente; in particolare, molti si sono subito chiesti che fine faranno i numerosi format prodotti da Endemol e trasmessi dalla RAI (tra cui Affari Tuoi), e se l’ente pubblico risentirà dell’affare, anche a causa del duopolio; e anche i giornali hanno dato ampio spazio all’affare concluso. Pochi commenti invece in Spagna: pur se Telecinco fa parte della cordata, Marco Bassetti (importante uomo Endemol) ha spiegato a “La Storia Siamo Noi” che le rivali, TVE in testa, vogliono comunque mantenere e comprare format dell’azienda, in particolare l’ente pubblico spagnolo ha trasmesso per un po’ di tempo “Identity” (l’equivalente di Soliti ignoti – Identità nascoste) e I migliori anni.
Riprendendo indiscrezioni pubblicate sul sito americano The Daily Beast, il 20 agosto 2010 il quotidiano economico Il Sole 24 ORE segnala che Endemol avrebbe raggiunto un livello di indebitamento pari a 3 miliardi di euro, pari a circa 10 volte il margine operativo lordo (ebitda). Da parte sua, Endemol ha dichiarato di non avere problemi finanziari e di essere semmai pronta a nuove acquisizioni. Secondo quanto scrive Il Sole 24 ORE nell’articolo Allarme debiti per Endemol, la situazione rappresenta invece un campanello d’allarme che imporrebbe un gigantesco piano di ristrutturazione finanziaria.

Al netto di questioni finanziarie di cui non ci occuperemo (sebbene poi i soldi spieghino molte cose – compresa questa), Fazio Fabio, che immaginiamo democratico centrista o di centro-sinistra, ha un programma che i cui share, se la mia analisi non è sbagliata, sono sostanzialmente un punto di vanto (e magari soldi) per Mediaset. Dobbiamo dire a chi appartiene Mediaset? No, non dobbiamo. Così siccome il Fazio Fabio show è diventato quello che prima di lui fu il Maurizio Costanzo show – hai scritto un libro (non importa se bello, brutto, degno o non degno) e sei abbastanza famoso? Vieni da noi a presentarlo, così ti facciamo da trampolino di lancio editoriale – succede che, non sempre ma abbastanza spesso, i libri sono pubblicati, indovinate da chi? Mondadori (spessissimo) ed Einaudi (che comunque fa sempre capo al signor Berlusconi, visto che appartiene al gruppo Mondadori).

Roberto Saviano, amico di Fazio Fabio, pubblica il suo bestseller «Gomorra» con chi? Mondadori. Ricordiamo che a Saviano Gomorra “costa” una vita impossibile e sotto scorta da anni. Eppure pubblica con chi questo paese l’ha governato pubblicamente negli ultimi vent’anni. Non più tardi di ieri sera – sempre dal pulpito di Che tempo che fa – l’Onorevole Stefano Rodotà criticava l’operazione “resurrezione” che Renzi ha implicitamente realizzato incontrando, ancora una volta, Berlusconi. Il Berlusconi decaduto da senatore e condannato. Il Berlusconi che però ha le mani in pasta con Endemol e ha come cosa sua la Mondadori. Quella stessa Mondadori con cui è comparso il titolo di quello che dovrebbe essere anche un libro commovente, scritto dalla figlia del giudice assassinato dalla mafia Rocco Chinnici: E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte: Storia di mio padre Rocco, giudice ucciso dalla mafia.

Bah, sarò io che son troppo rigido, in questo mondo fluido dove tutto si mescola con tutto, ma dico: uno non campa perché se i Casalesi possono lo fanno a fette; l’altra ha avuto il suo affetto forse più grande, il padre, saltato in aria e con tutti gli editori che ci sono in Italia (ne ricordo, banalmente uno di Palermo, che fa cose bellissime: Sellerio), proprio con Mondadori dovevano pubblicare? Saviano forse questa cosa l’ha capita (Vieni via con me e ZeroZeroZero sono Feltrinelli…), ma quanti che si dicono “contro”, che hanno vissuto sulla propria pelle delle storie pazzesche pubblicano come nulla fosse con la casa editrice in mano a uno dei personaggi più dubbi che la storia repubblicana abbia avuto! Per molti è un dettaglio. Ma i dettagli rivelano. Rivelano una semplificazione (i “buoni” da una parte, i “cattivi” dall’altra) che nasconde una realtà complessa. Molto complessa.

Golden Globe: la coppia Sorrentino Servillo

Lo dichiaro subito: sono di parte.

Voglio dire: nella classifica “assoluta” dei miei film preferiti, due svettano sopra tutti. Il primo è tedesco, del regista Wim Wenders e ha per titolo Il cielo sopra Berlino. Quando uscì si era a pochi mesi prima di uno degli eventi epocali per l’Occidente: la caduta del muro. Il film poi affonda le proprie radici nei dialoghi di Peter Handke, in quella bella poesia iniziale Lied vom Kindsein:

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

e risente degli afflati poetici di Rainer Maria Rilke. Il film è denso di metafore: il mondo “cristallizzato” e senza tempo degli angeli che vivono ma non vivono mai veramente come è sembrata a lungo, all’occhio occidentale, la vita al di là della cortina di ferro; Damiel – interpretato da un altro attore che amo moltissimo: Bruno Ganz – che diventa uomo e rinuncia alla sua immortalità per amore di una donna, sembra essere – mutatis mutandis – la metafora cristiana per eccellenza con Gesù che si fa uomo per amore dell’umanità intera. Il sapiente gioco di pellicola a colori e in bianco e nero, le ambientazioni in una Berlino malinconica e introversa il cui centro di gravità sembra essere l’oro di Siegessäule, la colonna della vittoria. E’ il mio film perché è il film che ho visto nel periodo della bildung, il periodo della formazione, quello delle domande capitali e senza risposta. Ma se le domande non hanno risposta non le fa essere meno importanti, anzi.

Il secondo è un film italiano. Un film che per molti aspetti potremmo definire d’esordio. Me lo segnalò un amico di Massa che non sento da tempo, Stefano. Ero nel periodo del management farmaceutico e ne avvertivo – per parafrasare un giallo di Vázquez Montalbán – tutta la solitudine. L’essere imbrigliato dalle invisibili e solidissime catene della responsabilità per la quale si perde il conto di quanto si lavora, di qual è il tempo dedicato all’azienda e di quante briciole di giornata tocchino per se stessi. Non un bel periodo, insomma. E proprio in quei rari momenti in cui capitavo a Massa, Stefano mi disse: «perché non affitti in videoteca Le conseguenze dell’amore? E’ un film bellissimo».

Aveva ragione: il titolo – all’apparenza melenso – nascondeva in realtà una storia durissima e, manco a dirlo, di solitudine. La sinossi è raccontata qui, ma l’aspetto geniale del film sta nella sua costruzione: solo alla fine si capisce l’intera storia di Titta Di Girolamo, interpretato, ancora una volta, da un ottimo Toni Servillo. Uomo che arriva dal teatro e che sa usare bene i muscoli della faccia e che adesso – dopo intensa attività teatrale e cinematografica (per quest’ultima quasi sempre in coppia con Sorrentino) – si trova, insieme al “suo” regista, alla ribalta internazionale con Golden Globe, anticamera auspicata di qualche Oscar.

La cosa, in tutta franchezza, non mi stupisce: loro sono bravi e se lo meritano.

PS (del 6 fabbraio): sono andato a vedere il film, ieri sera. E’ un film “strano”, che non capisco ancora se e quanto mi sia piaciuto in realtà. E, nel frattempo ho anche scoperto che qualcuno – senz’altro più autorevole e con più cultura cinematografica di me – l’ha stroncato. Esattamente qui: http://www.linkiesta.it/la-grande-bellezza. Buona lettura…

Una notizia buona e una cattiva

Di solito in questi casi si dice: quale vuoi sapere, prima quella buona o prima quella cattiva? Seguendo il precetto del dulcis in fundo, parto da quella cattiva.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato colto in flagrante. Non si tratta di un reato grave, per carità. E forse, come sostiene un collega, la procedura può pure essere legale. Ma legale non va a braccetto con morale. «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me», sosteneva un signore che all’anagrafe risponde al nome di Immanuel Kant. Questa la conclusione della sua Critica della ragion pratica. E proprio tedeschi sono gli autori di questo scoop che, per ovvie ragioni, non è mai andato in onda in Italia. Non voglio cadere nelle facile demagogia dei “politici (anche quelli così poco sospettabili come può esserlo il Presidente…) tutti ladri” e, per contrapposizione, gli “italiani che stanno male”, come spesso si sente pronunciare dalle onorevoli bocche invitate ai talk show, ma è questa faccenda morale che fa male. E’ questo colpire sempre così duro al senso di fiducia che i cittadini ripongono nei rappresentanti e (con una parola desueta, usata però ancora dagli indimenticati Falcone e Borsellino) “servitori” dello Stato. I servitori – quelli che dello Stato hanno avuto questa altissima concezione – però muoiono, mentre gli altri prosperano e, nelle pieghe di prestigiosi incarichi istituzionali, trovano sempre il modo di far su soldi che costituiscono i mezzi stipendi – ahimè talvolta interi – di molti, moltissimi cittadini. Il video è questo qua e non è uno spettacolo edificante: http://youtu.be/dV52IjwPKUk

La notizia buona è invece quella che riguarda la prima tesi di laurea in architettura che riguarda la ricostruzione di Città della Scienza. La notizia la trovate a questo link. La pagina ingloba un video che mostra, con una visita virtuale, quale dovrebbe essere la parte ricostruita. Suggestivamente, essendo appunto tutto virtuale, sembra di essere dentro a un quadro di Edward Hopper.

Ah! Buon 2014 🙂