Come rovesciare una dittatura (possibilmente ridendo)

Venerdì sera scorso, al Circolo dei lettori di Torino, ho assistito a una conferenza di Srdja Popović che aveva per titolo proprio questo: come rovesciare una dittatura. Ora: a questo argomento interessantissimo – e a questa conferenza in particolare – ci sono arrivato perché in realtà avevo un abboccamento con il suo moderatore/presentatore Luca Rastello. L’evento, finché lasciano questo palinsesto online è a questo indirizzo: http://www.circololettori.it/come-rovesciare-una-dittatura/

Con una buona dose di pregiudizio ho sempre pensato – sbagliando – che sarebbe stato (assai) difficile trovare dei sistemi alternativi alla violenza per combattere la violenza. Questo, in linea teorica e di principio, perché mi è sempre sembrato che fosse necessario l’uso “dello stesso linguaggio”: se si vogliono dividere due litiganti che si stanno picchiando, andare lì alzando il dito indice e chiedendo se per piacere possono smettere mi è sempre sembrato un atto più votato al suicidio che un modo concreto per mettere fine a una violenta contesa.

Ma l’esempio è fuorviante. E lo è perché spesso quando le forze in gioco sono estremamente sbilanciate – come nel caso delle dittature appunto, ma anche in casi specifici come quello di cittadini riuniti in movimenti che si oppongono (pacificamente) a un’opera “di interesse comune” (?!?) – giocare sullo stesso terreno (quello dello scontro violento) significa condannarsi a perdere (se si è cittadini ovviamente e non la forza di polizia o militare che sta dall’altra parte): ci possono essere azioni di logoramento, di boicottaggio (anche estremo) nella vita e nelle attività di queste persone che sono lì, pagate per sorvegliare, presidiare, reprimere, ma essere violenti è il loro mestiere, fa parte della loro “professionalità”, soprattutto in un paese come questo, nel quale – rispetto alla Serbia – ancora siamo indietro, per esempio, sull’identificazione dei poliziotti.

Sì perché in Serbia, raccontava Popović, nella Serbia di Milošević, i poliziotti avevano comunque un numero di matricola che li identificava, ben visibile sui giubbotti o sulle divise. Qui in Italia questo ancora non accade. Come non accade che dopo aver accertato dei fatti e delle precise responsabilità, come avvenne a Genova nel 2001, i responsabili in galera non ci vadano (ma in Italia davvero sembrano andarci, in galera, solo i poveri disgraziati).

Allora altre devono essere le tecniche. La prima ha a che fare col coinvolgimento: scendere in piazza – soprattutto se si ha una certa età – può essere pericoloso. Allora all’inizio di questa protesta che lui e il suo gruppo condussero nel proprio paese, ci fu l’idea di far affacciare tutti alle finestre e ai terrazzi e, in momenti convenuti, cominciare a battere casseruole. Idea che ai serbi forse arriva dall’America Latina e le cacerolas, le casseruole, regolarmente usate in Argentina per protestare pubblicamente. Pratica tanto diffusa da avere un suo preciso nome: cacerolazo la cui rispettiva voce wikipedia recita:

Il cacerolazo è un termine colloquiale della lingua spagnola con il quale si indica una forma di manifestazione pacifica e rumorosa, in spazi privati o pubblici, in cui l’espressione pubblica di protesta, o dissenso, si realizza attraverso il rumore ottenuto percuotendo coralmente degli oggetti adatti allo scopo, come casseruole (da cui il nome), tegami, pentole, coperchi, mestoli, e altri utensili simili.
È conosciuto anche come cacerolada (argentino), caceroleada, caceroleo o casserole.
L’obiettivo di un cacerolazo è generalmente una manifestazione di contrarietà al governo o a sue determinate iniziative politico-economiche.
Tuttavia, anche se più di rado, avviene che un cacerolazo sia indetto a sostegno di una determinata istanza (politica, sociale, economica,…) o in favore di una determinata causa politica.

Srdja però racconta anche che un bel giorno, nella via più centrale di Belgrado, quella dello shopping, hanno piazzato un fusto d’olio precedentemente ripulito. Su un lato ci hanno messo la foto di Milošević e sopra hanno praticato una fessura per le monetine: chi, passando, voleva sfogare la propria rabbia e manifestare il proprio dissenso contro il governo, poteva inserire una monetina, afferrare la mazza da baseball appositamente fornita e tirare una mazzata contro il bidone in corrispondenza della foto del dittatore.

Una sorta di self service dell’incazzatura insomma, per il quale fu ovviamente allertata la polizia che però ne fu molto disorientata: chi arrestare? Le persone in coda per dare una mazzata a un bidone? Gli (irrintracciabili, a quel punto, e ben mimetizzati) autori dello scherzo? Alla fine l’unico ad essere arrestato fu i pesante bidone, tra lo scherno e l’ilarità dei passanti…

La serata è stata ricca di questi aneddoti, accompagnati da un powerpoint nel quale comparivano le foto più rappresentative di questi (tutto sommato) esilaranti momenti. Un altro che cito furono le non proprio trasparenti elezioni in Russia nel 2012. Questa volta la protesta contro questa mancata trasparenza fu inscenata da pupazzetti delle Kinder sorpresa (ebbene sì, è la globalizzazione baby!) e l’idea partì da una regione remota (Barnaul, Siberia). Si chiamò la stampa e la notizia, che (anche) questa volta passò attraverso una “risata”, arrivò in tutto il mondo (il «Guardian» la dà a questo indirizzo: http://www.theguardian.com/world/2012/feb/15/toys-protest-not-citizens-russia), anche se zar Putin rimane comunque solidamente in sella…

Toy protest in Barnaul
Protesta dei giocattoli a Barnaul, Siberia. La foto è tratta dal sito del giornale «The Guardian» che ne diede notizia il 15 febbraio 2012.

La prima domanda dopo la ricca presentazione di questi case history fu di un ragazzo che volle sapere se, secondo Srdja, in Italia era in atto una dittatura  e quali fossero secondo lui, nel caso, i metodi per contrastarla. Srdja ci ha pensato un attimo e poi ha diplomaticamente risposto nel suo ottimo inglese che non sa esattamente quale sia il livello di democrazia in Italia. Avrei voluto dirgli di consolarsi: neppure noi lo sappiamo.

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