Storia di una ladra di libri: un “dettaglio”

Nella piccola vacanza appena finita siamo riusciti ad andare a un’arena estiva, a Catania, per vedere un film che avevamo perso in quella pisana: Storia di una ladra di libri. Giuro: non dico nulla sulla trama per chi non l’ha ancora visto e vorrebbe farlo.

Dico solo che la storia è (per fortuna) un po’ una fiaba che mitiga lo sfondo dell’ascesa del nazismo e la storia della deportazione degli ebrei (e non solo). La produzione del film è statunitense/germanica e qui viene l’inghippo: nella storia c’è un imparare a leggere e a scrivere. I progressi documentati e ripresi però non sono di parole tedesche, ma MOLTO inverosimilmente di parole in inglese!!! Il film è bello, la storia è bella, e questi mi sono scivolati sulla buccia di banana della più banale delle filologie! Non solo quando la ragazza impara a scrivere, ma anche quando poi darà seguito a letture “proibite” (come possiamo dimenticare le tristi immagini dei roghi di libri?): ogni tanto si inquadrava il libro di H. G. Wells ed era scritto in inglese… bah!

Peccato davvero: il troppo spesso bistrattato tedesco (spesso chi bistratta è perché non ne conosce neanche una parola) è una lingua fine, precisissima, “specchio” della razionalità (nel caso specifico purtroppo male indirizzata) di un popolo che ha perso due guerre mondiali e continua a essere la prima potenza economica europea. La lingua del pensiero occidentale (temporalmente dopo il greco antico).

Che tristezza!

locandina di "Storia di una ladra di libri"
locandina di “Storia di una ladra di libri”
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Su certe inevitabilità: un post scriptum

Vorrei aggiungere solo due parole alla questione dolciaria a Catania, e suppongo, per estensione, all’intera Sicilia. Gli abitanti di quest’isola sono dei “pazzi”: facendo un cerchio con raggio 300 metri e prendendo come centro del cerchio il luogo in cui alloggiavo – sostanzialmente la fine di Corso Italia, quando si sbuca sul mare – ho contato almeno 4 bar-pasticceria (tutti grandi, con vetrine come quella che potete trovare qui sotto) e una pasticceria (che si “limita” a vendere dolci da svenimento).

Ora faccio un discorso di marketing spicciolo: se nessuno di questi esercenti, a così breve distanza e così fornito, con vetrine che contano metri, decametri, ettometri e chilometri lineari (le vetrine sono su più piani… e spesso, magari meno visibili, ci sono i frigo-vetrina, con i dolci deperibili: cassate e torte con creme in genere) fallisce, vuol dire che tutti hanno una loro clientela (consolidata o meno che sia) che li tiene in vita. Possiamo serenamente riconoscere che mediamente le persone del Sud – per la qualità e la quantità del cibo – tendono a essere più in carne di quelle del Nord, ma se si pensa a tutto questo popo’ di benedizione divina quotidiana, neppure tanto!

Fatto sta che in posti così è un casino per chi “assimila” o fa poco – o nessuno – sport.

la vetrina del Caffè Europa a Catania
la vetrina del Caffè Europa a Catania

Su certe inevitabilità

Catania, la mattina successiva al giorno di arrivo, avvenuto il 22 agosto.

Bar Galatea, in piazza Galatea a Catania (e se questa anche fosse pubblicità occulta poco mi interessa), intorno alle 9,15. Siamo un gruppetto di persone che devono fare colazione. Arriva la cameriera che prende gli ordini.

E ordini = granite. A me consigliano quella la gelso che è qui è DI gelso, CON sopra i gelsi. Certe preposizioni semplici nella vita sono importanti e fanno una certa qual differenza nelle tassonomie che riguardano la voce concettuale “granite (a Catania)”. La cameriera risponde con un termine non appropriato ma significativo e dice: “Sì, ma è inevitabile”. Lo usa come sinonimo per dire “non la facciamo quella al gelso in altro modo che non sia questo e quindi inutile specificare”, ma dice proprio “inevitabile”.

Ora delle tante inevitabilità della vita che mi sono accadute, questa è quella più auspicata e sempre sia lodato il Creatore – ammesso che esista e da qualche parte sia (ma la Granita DI gelso CON gelso tende a essere una prova inconfutabile di tale esistenza) – che tutto ha creato, compresa questo cibo.

Cibo che a posteriori la dice lunga anche su certe pacificazioni. Stare al Sud è oggettivamente difficile per chi arriva da sopra Roma. Questo per una interazione umana che con difficoltà si capisce (per motivi storici): la causa di queste differenze è spesso individuata nel caldo che implacabile regna per almeno metà dell’anno, ma non è questa la sede per una disamina. L’isola è bellissima, i posti e la natura sono fantastici e ovunque però si ritrova – in misura maggiore o minore – una tendenza alla sciatteria, alla mancanza di decoro (penso banalmente a quello urbano), specchio accentuato e deformato del resto d’Italia. Per non parlare dell’assenza totale del rispetto delle norme che regolano la circolazione stradale, spesso applicate al contrario, con gente che si ferma in mezzo alle rotonde o anche dovunque in mezzo alla strada per rispondere al cellulare, con persone che non obbligatoriamente portano il casco (“Anto’, fa caldo…”) e stanno in due o tre su uno scooter, con bimbi, guidando con una mano sola e con l’altra digitando messaggi al cellulare. Una babele che manda fuori di testa chi è abituato altrimenti e altrove.

E’ qui, quindi, che la granita DI gelso CON gelso, nella sua inevitabilità, oserei dire anche nella sua ineluttabilità, così peculiare nel bar Galatea di piazza Galatea, viene in soccorso come la migliore panacea, pacificando ogni automobilistica collera.

Qui di seguito raffigurazione fotografica di quanto appena descritto (ah, ovvio che di fianco alla granita ci sta l’immancabile brioche…)

granita DI gelso CON gelsi sopra
granita DI gelso CON gelsi sopra
brioches
brioches

 

Addio Mork! Ci vedremo su Ork?

La morte di Robin Williams coglie tutti noi di sorpresa. La vita – quella vera – delle celebrities ci è sempre ignota. Così nessuno sapeva che il caro vecchio Mork che su un uovo veniva da Ork di quando ero bambino soffriva di depressione e aveva problemi con l’alcol. Una brutta notizia sulla quale mi è venuto quasi da piangere e da farmi domande sceme del tipo: “ma una persona così che dalla vita possiamo ragionevolmente supporre abbia avuto tutto, com’è che decide di farla finita?”.

Domanda scema appunto, che denota una qual certa mia superficialità: le cause di certi “mali” sembrano prescindere da ogni condizione sociale. La vita è sempre una questione personale, difficilmente negoziabile col prossimo, chiunque esso sia. Del pari la solitudine è questione metafisica difficile/impossibile da comunicare. E così tutte le persone del mondo (e sono convinto siano molte) che hanno sorriso o pianto di fronte alla scena di uno dei suoi molti indimenticati film a nulla sono servite per farlo desistere da questo proposito.

Addio Robin, anzi “nano-nano”. Un giorno forse da qualche parte su Ork ci incontreremo, chissà.

Robin Williams
Robin Williams

Lei, una vita di quieta disperazione

L’estate, si sa, per chi rimane a cavallo tra città e vacanza, è fatta, per chi è cinefilo e durante l’inverno si è perso qualche film, anche di arene estive. Spesso commoventi (almeno: lo è l’Arena Roma, proprio dietro la torre di Pisa) per la loro intimità, per i loro baracchini posticci che devono durare solo la stagione, che vendono gelati e caffè. Dove, chi è fumatore non è ghettizzato e può liberamente accendersi una sigaretta e annebbiare per quel poco una parte dello schermo a chi sta dietro.

Ebbene, l’altra sera siamo andavi a vedere “Lei”, un film semifantascientifico che racconta di un mondo non lontano dal nostro, ombelicale, con gente perennemente connessa, all’interno della megalopoli (Los Angeles, mi pare di ricordare) la cui dimensione della solitudine è data dalla selva urbana, nella quale il protagonista si innamora di un sistema operativo “evoluto” e di intelligenza artificiale che, in quanto tale, è pervasivo di ogni intimità della persona.

Insomma: l’estremizzazione – neppure troppo – della follia nella quale siamo immersi. I temi del film sono i “grandi classici”, mescolati un po’ ossessivamente: la solitudine dei tempi moderni con la schizofrenica discrepanza tra l’essere sempre connessi e non avere nessuno che “chiama”; l’intelligenza artificiale con un limite molto ben descritto altrove da grandi classici come “Blade runner”, basato sul geniale e visionario romanzo di Philip K. Dick; la melensaggine di una storia d’amore virtuale e l’incapacità di vivere storie “vere” con persone in carne ed ossa.

Molto ci sarebbe da discutere su un film come questo per i temi che tratta, ma l’impressione è quella di un mondo (il nostro, occidentale e ombelicale) condannato alla solitudine appunto, alla quieta disperazione di un quotidiano che non lascia spazio ad altro che non sia lavoro e rapporti interpersonali ridotti all’osso. Gli ingredienti sono mescolati male però: troppa carne al fuoco, trattata con una certa superficialità – secondo il mio punto di vista.

Il protagonista di "Lei"
Il protagonista di “Lei”