“Homo homini lupus”, ovvero: uomini che picchiano le donne

C’è stata la tragedia del traghetto a popolare i notiziari, altrimenti allucinanti per qualità e quantità di notizie, degli ultimi giorni (arriva il freddo; la morsa del gelo; non si spende più; Natale in economia e via (dis)correndo verso il piattume di banalità e luoghi comuni). Anche qui non si è immuni dalla retorica: dagli “angeli” che salvano (ma scusate, in caso di emergenza non è semplicemente il loro dovere?) i passeggeri del traghetto all'”orgoglio” verso la marineria italiana, da riscattare dopo l’affaire Schettino, con il comandante che, anche qui: facendo semplicemente il suo dovere, ha lasciato per ultimo la nave. Il tutto passando per le voci discordanti tra la versione ufficiale fatta di bravure ed efficienza nella gestione dell’emergenza e quella dei passeggeri che hanno lamentato il mancato tempestivo allarme.

Il dato più sconcertante però in tutto questo è la notizia, arrivata nel notiziario di stasera, secondo la quale pare che certi “uomini” (chiamiamoli maschi va, che forse è meglio: gli uomini sono un’altra roba) hanno picchiato delle donne al solo fine di essere tratti prima in salvo.

Ora: molte cose, stando seduti comodamente a casa, magari dopo lauti banchetti natalizi, non si possono comprendere e quindi diventa difficile parlarne, ma…

  1. sul traghetto la situazione, per come sembra siano andate le cose, era grave ma non disperata;
  2. gli aiuti – mercantili, rimorchiatori, elicotteri con gli angeli sopra, ecc. – erano comunque nei pressi a dar man forte alla macchina dei soccorsi e, siamo sicuri, non avrebbero mollato;
  3. in un mondo che si vorrebbe civile le priorità sono di per sé evidenti: prima i bambini e gli anziani o/e i malati; poi le donne (che vanno con i bambini se con questi intrattengono un rapporto parentale) e alla fine gli uomini dotati di sana e robusta costituzione.

Invece è successo che questi hanno picchiato delle donne per salire prima sul verricello. Una roba da accapponare la pelle e ora che sono (quasi) tutti salvi (purtroppo), ci vorrebbe che qualcuna di queste signore malmenate o anche solo maltrattate mettesse in moto qualche pestaggio trasversale nei confronti di questi simpaticoni. Mi rendo conto: sono poco urbano e per niente ecumenico. A Natale di fronte a certe cose non mi sento affatto condiscendente né più buono.

Il traghetto Norman Atlantic che va a fuoco
Il traghetto Norman Atlantic che va a fuoco
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the US way (of life)

Mi ero perso la seconda parte dei “10 comandamenti” di Benigni: l’ho recuperata ieri sera su Rai 5. Benigni può piacere e non piacere – come stile – ma ha il pregio di far apparire “nuove” cose tutto sommato ovvie, sulle quali semplicemente, forse, non si riflette abbastanza.

Incidentalmente: a dimostrazione di come si cambi nella vita, il “Corriere” ha riesumato un vecchio spezzone (lo trovate a questo link) tv nel quale 30 anni fa Benigni parlava dei 7 vizi capitali e non era proprio così tenero e amorevole nei confronti dell’Altissimo. Ma non è questo ciò di cui intendo scrivere.

Tra i comandamenti il quinto è “Non uccidere”. L’analisi di Benigni – ripeto: fors’anche al limite dell’ovvio – è suggestiva perché dice sostanzialmente che uccidendo un altro uomo di fatto si uccide noi stessi. Questo mi ha riportato alla mente un film statunitense di imminente uscita: American Sniper, per la regia di Clint Eastwood. Così ieri sera mi sono fatto un giretto sul web per capire meglio questa storia (che è vera): chi è Chris Kyle e cos’ha fatto (a questo link), la sua controversa (pare che vi siano raccontati episodi non proprio aderenti alla realtà, almeno secondo quanto afferma “Il Post”) autobiografia (che comunque ha venduto un milione di copie negli Stati Uniti) da cui è stato tratto il film, la cui regia, prima di arrivare a Eastwood, pare sia passata di mano a registi del calibro di David Russell e Steven Spielberg.

In vita questo giovanottone statunitense ha sostenuto di aver ucciso almeno 250 persone, mentre il Pentagono ne conferma 160. La sua mira, e qui pare che tutti concordino, però pare fosse davvero infallibile: un proiettile, una vita.

Kyle – una volta “guarito” dalla malattia (psichica) di aver ucciso a sangue freddo, attraverso il mirino del suo fucile di precisione, 160 persone (uomini, donne, bambini), una malattia che si chiama PTSD, disturbo post traumatico da stress – è tornato alla vita civile e ha cominciato ad aiutare chi, come lui, è reduce dalla guerra e disadattato (Rambo docet). Un aiuto e una cura che consisteva sostanzialmente nell’imbracciare ancora una volta fucili, pistole e mitragliatrici per battute di caccia o frequentazione di poligoni. Proprio in un poligono Kyle ha trovato la morte in tempo di pace: nel suo tentativo d’aiuto di un ragazzo reduce di guerra come lui ma psichicamente messo un po’ peggio, quest’ultimo, convinto che Kyle segretamente volesse ucciderlo, per non sbagliare lo ha anticipato e lo ha fatto secco. Contrappasso del quinto biblico comandamento?

Kyle negli Stati Uniti è un eroe indiscusso (nonostante alcool, qualche guida in stato d’ubriachezza dove col suo pick-up ha sfondato la recinzione di una villetta e ha rischiato di finire dentro la piscina della stessa: tutto sommato piccoli effetti collaterali del PTSD) e la sua storia è raccontata qui. Alla fine di questo racconto si parla della moglie e di un intervento pubblico che questa ha fatto. Lo si può vedere su Youtube a questo indirizzo. E’ interessante vederlo: siamo nel cuore degli Stati Uniti favorevoli alle armi. Armi per uccidere, per difendersi, per “salvare vite” (perché il frame narrativo della moglie è questo, secondo uno schema pragmatico e senza tanti fronzoli: le guerre sono necessarie – ma questa è una mia illazione su ciò che questa giovane donna credo pensi – e qualcuno le deve pur fare; mio marito le ha fatte, servendo egregiamente la patria e, aver ucciso le persone che ha ucciso, è servito a salvare i suoi compagni). Quel che in condizioni normali sarebbe un assassino, in questo caso è un salvatore.

Una "breve" di "Internazionale"
Una “breve” di “Internazionale”, n. 1082, 19 dicembre 2014, p. 26

Un paradigma che a noi europei non può che apparire folle ed essere evidente nella follia delle cronache di questi giorni che vedono le popolazioni di origine afro-americana in rivolta per le uccisioni a sangue freddo di ragazzi che… “giocano” con pistole (più o meno finte). Insomma, non si esce dallo stretto cerchio delle armi: che un ragazzino di 12 anni (nell’ultimo caso: 18) ne abbia una finta (o vera) e questa compaia davanti a un poliziotto “con i nervi a fior di pelle” (e quindi il grilletto facile) causa immediatamente – e invariabilmente – la morte (del ragazzino).

Dopo, ma solo dopo quando la vita di qualcuno si è estinta, ci sono le giustificazioni (poco giustificabili): ma il ragazzino aveva una pistola (certo: in uno Paese in cui è più facile avere una pistola che un libro…) e il poliziotto doveva difendersi (certo: ma uccidendo necessariamente l’altro? Che addestramento hanno questi poliziotti? Non si può sparare a una gamba? Non si può NON sparare e provare a parlare con quello che è e resta un ragazzino? Ma compito della polizia non dovrebbe essere (anche) quello di tutelare le persone e quindi anche il ragazzino che “gioca” con una pistola – magari finta?).

E’ un cambio di paradigma. A cui dovremmo essere forse abituati dalla cinematografia western. Tempi, quelli del “far west”, da cui francamente poco sembra che quella civiltà si sia discostata.

Chris Kyle
Chris Kyle

traduttore traditore

Una volta, tanto tempo fa, lo si diceva ed è in parte un aspetto che fa parte della “fisiologia” legata al passaggio da una lingua all’altra: la traduzione – essendo i campi semantici delle lingue non perfettamente coincidenti (penso espressamente al Louis Hjelmslev de I fondamenti della teoria del linguaggio, breve ma intenso saggio pubblicato a suo tempo in Italia da Einaudi) – è inevitabilmente il tradimento di una sfumatura, di una accezione.

Il buon traduttore quindi lo si vede anche in relazione a quanto riesce a rendere nella lingua di destinazione il pensiero che arriva dalla lingua d’origine. Questi “problemi tecnici” non hanno ovviamente impedito di avere nel mondo ottimi traduttori e di poter fruire (e godere) di bellissime traduzioni anche di grandi classici (non è un caso forse che uno scrittore come Beppe Fenoglio, le cui pagine “uscivano facili dopo una decina di penosi rifacimenti” e che quindi non faceva mistero di quanta fatica costasse la sua scrittura, si cimentasse a sua volta come traduttore anche di grandi classici…).

Il problema, come sempre , è la modernità e i “tempi stretti” della modernità. Leggo, in questo “tempo sospeso” che sono le vacanze natalizie, un “romanzone” senza velleità letterarie, ma che, non per questo, non deve avere una buona traduzione. Romanzone apocalittico e verosimile legato al nostro fragilissimo mondo moderno, nel quale tutto dipende dall’elettricità. Il titolo, non a caso, è Blackout, ed è scritto da un austriaco poco più grande di me d’età, Marc Elsberg.

L’edizione italiana è di una casa editrice specializzata in fantascienza e fantasy (o almeno: io la conoscevo più che altro per questi due generi), “Nord”, e la traduzione è a cura di Roberta Zuppet. Il libro, a parte qualche fraseggio migliorabile, scorre via liscio, anche se su alcune espressioni non si può fare a meno di interrogarsi. Una di queste è “incidente (nucleare) credibile”. Non mi intendo di incidenti nucleari (quindi confesso la mia ignoranza), ma francamente non capisco il senso dell’aggettivo “credibile” dietro la parola incidente: ne esistono di “incredibili” o di “poco credibili”? E questo avviene in più di un’occasione. Ma il fatto che la povera Roberta Zuppet (magari costretta a tradurre per due euro, e forse pure in tempi strettissimi – e quindi non ce l’ho con lei) non abbia dimestichezza con linguaggi altri rispetto all’italiano standard, lo dimostra in relazione al fatto che, parlando di informatica, la traduzione di quello che suppongo fortemente essere il termine “library” nel testo originale (che non posso verificare) diventi “biblioteca”. Ora chi ha un minimo di dimestichezza con questa disciplina avrà sentito parlare del fatto che in programmazione si usino pezzi di codice “che fanno cose” già belli e pronti, per non dover ogni volta scoprire l’acqua calda. In informatica questi pezzi di codice si chiamano “library”, la cui traduzione italiana è letteralmente “libreria” e non certo biblioteca (si pensi ai famigerati file “.dll”, dove questo suffisso sta esattamente per “dynamic link library”…).

Ma così va il mondo e così ci teniamo la straniante espressione “biblioteca” al posto di “libreria”…

Buon Natale! 🙂

Marc Elsberg - Blackout
Marc Elsberg – Blackout

il 2014 e le sue migliori invenzioni

Dunque dunque, ci si appresta alla fine dell’anno e viene naturale il momento dei bilanci. Tra quelli proposti il “Time” indica quello delle 25 migliori invenzioni di questo 2014 (il link all’originale è: http://time.com/3594971/the-25-best-inventions-of-2014/ ripreso comunque dall'”Huffington Post” qui nel nostro Paese, a questo indirizzo: http://www.huffingtonpost.it/2014/11/21/le-25-migliori-invenzioni-2014-secondo-il-time_n_6198388.html).

Che si viva uno zeitgeist tra l’idiota, l’inutile e il superfluo lo dimostra il tenore di questo schizofrenico elenco di “invenzioni” che in mezzo alle (poche) cose utili (si parla di una banana arricchita di vitamina A contro la cecità), propone il “selfie stick”, ovvero quel bastoncino che pericolosamente (in quanto bastoncino conficcabile, per sbadataggine, nel prossimo) imperversa, venduto dai soliti ambulanti, nelle città turistiche di mezza (o tutta) Italia.

Il selfie stick l'”Huffington Post” – che a differenza del “Time” offre una numerazione che suppongo essere arbitraria – viene citato al 18esimo posto. Magari non è significativo, ma resta significativo che se questa è una delle invenzioni dell’anno, forse anche quest’anno è da dimenticare…

il Selfie Stick
il Selfie Stick

la morte (in diretta) di Mango

Nella società voyeuristica nella quale viviamo non poteva non esserci un cellulare che riprendeva Mango negli ultimi istanti della sua vita. D’altra parte stava facendo un concerto e quindi era ne pieno della suo mestiere. Un mestiere per definizione pubblico. Ma non è tanto questo aspetto, che in diretta ci mostra il dramma di una vita letteralmente interrotta, quanto piuttosto l’aver goduto, alla fine, di quella che si chiama “la buona morte”.

Certo: troppo giovane e con tante cose ancora da realizzare, ma andarsene così – facendo ciò che ci piace, gratificati da un pubblico di fedelissimi (e alla fine chi se ne frega delle folle oceaniche…) – è quel che credo un po’ tutti si augurerebbero. Le ultime parole di una persona che sono parole cantate. Un bell’addio e per me almeno qualche ricordo di gioventù.

densamente spopolata è la felicità

Giovedì scorso abbiamo organizzato una puntata della trasmissione radio «Aula 40» che teniamo in diretta dal Cnr di Pisa (http://radioaula40.cnr.it/) sul limite umano in condizioni estreme.

Abbiamo avuto come ospiti telefonici Paolo Bendinelli e Patrizia Maiorca. Il primo, 51enne, è un “ultra ironman”. Non sapevo neppure cosa volesse dire, ma documentarsi è semplice (anche se bisogna fare un po’ d’ordine): il triathlon è una disciplina che prevede l’accorpamento di diverse specialità (nuoto, corsa e ciclismo) su diverse distanze. Le distanze ovviamente fanno la differenza, così: il triathlon “Supersprint” prevede 400 m a nuoto, 10 km in bicicletta e 2,5 km di corsa; lo “Sprint” 750 m a nuoto, 20 km in bici e 5 km di corsa; l’ “Olimpico” 1500 m a nuoto, 40 km di bici e 10 di corsa. Infine il “Doppio olimpico” 3000 m a nuoto, 80 km in bici e 20 km di corsa. Roba che ci si stanca solo a sentirla pronunciare.

Ma tant’è: e quel che è non basta con tutta evidenza, visto che esiste questa categoria definita “ironman” per chi fa l’ “ultra triathlon”, ovvero: 3,8 km a nuoto, 180 in bicicletta e 42,2 km di corsa. Ma anche questo può essere raddoppiato, triplicato, ecc. a piacimento.

Ebbene: Paolo Bendinelli, unico italiano invitato alla competizione, è tornato un mesetto fa da Città del Messico per un “triple ironman” (o “triple ultratriathlon”), ovvero: 11,4 km a nuoto (in acque aperte), 540 km in bicicletta e 126,6 km di corsa. Su 28 partecipanti di tutto il mondo, in fondo sono arrivati in 15 e lui è arrivato terzo. Ha perso 6 kg e ci ha impiegato 46 ore (se non ricordo male).

Soprattutto al telefono Paolo Bendinelli è una persona che sorride sempre e racconta con estremo candore e semplicità la sua impresa, iniziata “per scherzo” una quindicina di anni fa. Abbiamo avuto in studio Angelo Gemignani, medico e psicologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica, perché uomini così non solo vanno seguiti, ma vanno proprio studiati. Tra le cose che Gemignani ci raccontava è che il corpo umano, per realizzare prodigi del genere, si isola progressivamente dal mondo per concentrarsi esclusivamente su ciò che sta facendo. Quello che in psicologia si chiama “flusso” e che, come si evince dalla voce Wikipedia, ha stretti legami anche con certe discipline orientali in cui è richiesto un alto grado di concentrazione. Quando si dice mens agitat molem

Poi è stata la volta di Patrizia Maiorca. Una persona che nel suo “piccolo”, in un esperimento condotto negli Stati Uniti nel 1990 presso l’università americana di Buffalo, nel centro studi di fisiologia e patologia dell’immersione diretto dal prof. Lundgren, simula delle immersioni in apnea in camera di decompressione “bagnata” e giunge – nella preoccupazione generale dello staff medico – a 10 pulsazioni al minuto. Praticamente una persona morta. Ma anche lei al telefono sorridente e solare come non mai.

Forse il verso citato di una canzone del Consorzio Suonatori Indipendenti nel titolo di questo post è vera: la felicità è, come nell’ossimoro, un territorio densamente spopolato, fatto di persone come Paolo e Patrizia, delle endorfine prodotte dai loro allenamenti, che si trasformano in soddisfazione e quindi felicità, fatto di zone/ore di “flusso” per fare 540 km in bicicletta o per “spegnere” parti del corpo fino a raggiungere i 10 battiti al minuto.

The-Great-Buddha-Statue-India

la pipetta della candela

Chi mi conosce sa sono stato per anni un motociclista impenitente e ho placato questa mia smania da due ruote (motociclistiche) solo dopo un brutto incidente che ebbi ormai 7 anni or sono.
Una smania di due ruote che invece non ha praticamente subito interruzioni in ambito scooteristico, con la vespa.
Da un anno e un mese – anche per mutate esigenze (più spazio, più comfort, più agilità) – ho “convertito” quindi la moto (sulla quale comunque per un periodo ho continuato ad andare) in un “maxi-scooter” di nuova generazione (neppure tanto “maxi” visto che di cilindrata è un 350).

Dopo aver fatto ricerche sul web, letto decine di recensioni, adeguato l’occhio a un’estetica diversa dalla moto su cui si sale sempre e comunque come su un cavallo, ecc. ecc. mi sono deciso per il “Beverly” della Piaggio, di cui hanno tessuto (più o meno) motivate lodi.

Sotto alcuni punti di vista motivate: è un oggetto che ha consumi parchi, su cui si sta comodi in 2, è sufficientemente protettivo, ha 2 dischi dei freni che agguantano bene, è – primo della sua “specie” – dotato di abs e di sistema antipattinamento in partenza.

Dispositivo quest’ultimo che, all’acquisto, mi parve fin esagerato: addirittura “sgomma” in partenza? E invece il monocilindrico Piaggio picchia duro proprio ai bassi e se si spalanca troppo il gas, magari in sorpasso con la ruota posteriore sulla linea di mezzeria – fors’anche bagnata di pioggia – ci si rende conto che il gadget ha la sua utilità per evitare “scodate” impreviste e poco piacevoli.

Piaggio poi ha una solidità motoristica – almeno per la (mia esperienza di) vespa – abbastanza ineguagliabile, con motori che sono dei muli e vanno sempre.

Ma. Ci sono dei ma.

Primo tra i quali la pessima fattura dei cerchi (o un problema – per adesso a un anno e 7mila e fischia chilometri – non ancora risolto di equilibratura): in rilascio dell’acceleratore il manubrio muove come se avesse la ruota posteriore (o anteriore) “quadra”. Sensazione poco gradevole quando si piega (e io, nonostante sia scooter, piego e mi rifiuto di fare le curve senza sfruttare come si deve le leggi della fisica…) e in generale per un mezzo che agilmente raggiunge la velocità di 140 km/h sul contachilometri.

Poi, essendo uno che da ragazzo aveva il “Ciao”, ricordo di un problema con la pipetta della candela: ogni tanto per le vibrazioni si staccava. In questi giorni l’ho portato in manutenzione perché la settimana scorsa dopo una giornata sotto l’acqua sono miracolosamente tornato a casa “a singhiozzi” per un problema elettrico. Il ragazzo del concessionario dove l’ho acquistato dà la diagnosi: “è la pipetta della candela”.

Siccome ho deciso di non arrabbiarmi (parliamo di un mezzo che comunque costa oltre 5mila euro) voglio ricordare con nostalgia i bei tempi del “Ciao” quando era sì la pipetta della candela, ma il mezzo aveva ambizioni di tutt’altro genere. Ci sono cose che sembrano tornare ineluttabili nella nostra vita. Una di questa è: rischiare di rimanere a piedi per la pipetta della candela. Accadeva nel 1986 e così accadeva in un giorno piovoso della scorsa settimana.

Il mio "Ciao"
Il mio “Ciao”