Veloce come il vento

Parto da una confessione: ho (anche) passioni banali. Per quanti io speri che questo non faccia di me una persona banale, confesso che ho sempre avuto un debole per le auto e per la velocità (ma chi mi conosce lo sa). Mi si dirà: beh, sei in buona compagnia (anche di tanti coglioni, che si incontrano quotidianamente sulle strade, a dire il vero…). Da bambino disegnavo auto e passavo ore a svuotare un pesante fustino del “Dixan” pieno di modellini di auto – modellini che ai miei tempi erano di metallo – che disponevo diligentemente sul tavolino del soggiorno, sui cui, di volta in volta, immaginavo intere città fatte di auto: esattamente come lo sono le nostre adesso.

Ho regolarmente frequentato il salone dell’auto di Torino per anni come un appuntamento atteso. Conservo ancora da qualche parte i cataloghi pubblicitari dei modelli che mi piacevano. Arriva un momento in cui è necessario prendere atto di tutta questa sedimentazione poco importante per il resto del mondo, ma forse utile a capire, per me, come mai un film come Veloce come il vento mi abbia preso così tanto.

Già a suo tempo mi prese Rush, film poco distribuito e forse “di cassetta”, il cui protagonista è Niki Lauda, altro mito dei tempi in cui ero un ragazzino. Ma era una storia più “standard”, la vicenda umana di un campione che campione lo è stato davvero, in un tempo in cui la sicurezza sui circuiti era un optional e talvolta uscire di pista significava morire. Insomma, in quel film gli ingredienti del pilota che è un temerario che è anche un moderno gladiatore c’erano tutti e quindi il frame narrativo era dei più consolidati, con tutto il rispetto per la storia, pur interessante, che di Lauda – campione antipatico quasi come l’altro “crucco”, Schumacher – si racconta.

Qui invece è diverso. La storia è quella di persone di talento, ma comuni, impegnate, come direbbe Vasco Rossi con una felice espressione “a rincorrere i propri guai”. La sinossi della storia, pur semplice, rivela una famiglia disgregata e dai complessi rapporti umani, dove Loris De Martino (Stefano Accorsi) è un ex pilota di rally che ha dimostrato di sapere il fatto suo in passato, con un’auto che è entrata nel mito: la Peugeot 205 turbo 16 Evo. Auto costruita in un tempo in cui per sperimentare valeva tutto e non c’erano regole, così che da pilota ti trovavi a guidare (SENZA controlli elettronici) oggetti dal peso di 900-1000 kg e una potenza di 500-700 cavalli.

Loris però si è, nel frattempo, perso tra i fumi delle droghe e vive qua e là con una compagna tossica come lui, dentro una roulotte. E Accorsi – che purtroppo associo ai film tutto sommato piatti degli anni appena posteriori al 2000 (Le fate ignoranti, L’ultimo bacio, La stanza del figlio), e se non “piatti” comunque “ombelicali” – spicca in questo ruolo di Loris, dimostrando il talento che altrove aveva già mostrato, guarda caso, in un altro ruolo in cui la droga, ancora sconosciuta nella provincia italiana, avrà su di lui un esito fatale: Radiofreccia.

Incredibile invece la protagonista femminile, la sorella giovane di Loris, Giulia De Martino (Matilda De Angelis), una ventenne nella vita – e diciassettenne nel film – che mostra un carattere formidabile nel film e… fuori, quando candidamente in una intervista , dice di aver preso la patente da due mesi e quindi le “veniva difficile” anche entrare in un ruolo come quello: Giulia è una ragazzina che la guida ce l’ha da sempre nel sangue. Dico: ma se ti veniva facile vincevi l’Oscar direttamente!

Insomma è stata (secondo me) bravissima, perché credo non sia facile capire una passione come quella per i motori per chi quella passione non ce l’ha. E scopro che è anche la cantante di una delle canzoni che ha fatto da colonna sonora al film, questa. Quindi: brava due volte.
Last but not least, il regista, Matteo Rovere, un altro giovanissimo, praticamente all’esordio, che ha saputo creare, come dice Accorsi in una intervista, quell’alchimia necessaria al “buon funzionamento” del film, senza tralasciare camei di “correttezza filologica”, come quando Tonino, il fedele meccanico che, pur nell’ombra, fa un po’ da padre a questi ragazzi, dice a Loris che la Turbo 16 “tira” un po’ a destra (e lo fa per un motivo ben preciso, spiegato nel terzo paragrafo qui).

Insomma: bravi tutti, per un film che mi ha emozionato, come da tempo non accadeva.

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