McDrive

Ebbene sì, alla fine lo hanno fatto. Siamo a Trento, in una delle province e città tra le più sensibili – almeno sulla carta – alla questione ambientale nella quale rientra, a pieno titolo, il consumo del suolo. I dati ISPRA 2016 (esiste una bella pubblicazione “aggratis” scaricabile qui in PDF) ci dice che, nonostante ci si riempia la bocca di “tutela del territorio” i palazzinari sono sempre con la cazzuola in mano e i trend di suol consumato sono lineari verso l’alto dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi.

Dacché frequento questo studentato, il Nest, i lavori sono iniziati, in sordina, sbancando praticamente l’unico spazio vuoto che era rimasto, in mezzo alla lunga teoria di edifici (pardon: palazzi e anche palazzoni in qualche caso) che configurano il territorio in maniera un po’ amorfa e casuale che comunque sta tra la piccola zona industriale e il terziario (piccole fabbriche e capannoni che si alternano a uffici).

Così i lavori sono andati avanti definendo sempre più cosa sarebbe venuto fuori da quegli spazi: uffici (altri? ancora? quando in questo tratto di strada – che è poi la gloriosa statale 12 del Brennero – nella zona nord della città a ogni cantone si trovano cartelloni immobiliari a prova di ipovedente serio con le scritte “vendesi” e/o “affittasi”) che probabilmente rimarranno da affittare o vendere a lungo e… tadàn (rullo di tamburi) “l’esotico” McDrive a cui è associato un McCafè.

Da un certo punto di vista queste multinazionali suscitano un po’ di invidia: se a me avessero chiesto di investire in una zona del genere – ammesso e non concesso di avere i soldi per farlo – non ci avrei messo nemmeno un centesimo di euro, e invece… questi ci hanno costruito la loro seriale e omologante struttura, con il parcheggio in cui si entra e, in religiosa fila indiana, dentro la propria auto più o meno dotata, si ordina il cibo da un menù che altro non è che un gigantesco cartellone retroilluminato su cui scegliere con quale junk food appestare la propria auto e di quale salsa macchiarne gli interni, magari respirando i gas di scarico dell’auto che precede e che aspetta il suo turno per il ritiro del panino acquistato a motore acceso.

Considerando che ha appena aperto gli avventori non mancano e non sono mancati nelle sere in cui, inevitabilmente, passo lì davanti per andare allo studentato. Con tutto il buon cibo che abbiamo in Italia poi… bah, davvero non si capisce. O meglio: si capisce che questi avranno fatto uno studio, avranno capito che c’era comunque un potenziale bacino d’utenza e che in un posto così remoto sono di fatto senza concorrenza, perché intorno allo studentato non c’è letteralmente nulla, se non la compagnia di prostitute di colore.

E’ la multinazionale baby e tu non ci puoi fare proprio nulla.

Jpeg

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We can be heroes…

… just for one day, diceva il Grande Bardo. Mi è venuta in mente questa frase per aver visto prima il film Snowden (2016) di Oliver Stone, e poi per aver recuperato sostanzialmente ciò da cui il film è tratto: il documentario di Laura Poitras “in presa diretta” Citizenfour (2014).

In particolare il documentario ha mostrato la dimensione umana di questo ragazzo di 29 anni (all’epoca degli eventi) che si è trovato in una situazione decisamente più grande di lui. Una dimensione che, forse a causa della necessità di “romanzare” la storia per esigenze narrative, sfugge quasi completamente al film, pur interessante e ben costruito (e anche fedele al documentario) che Stone ha realizzato.

Si vede la dimensione umana di chi teme per le proprie sorti, di chi, pur convinto di aver fatto bene ad aver fatto quel che ha fatto, sa che le conseguenze potranno essere molto pesanti e, per quanto ne sa, come minimo la sua vita cambierà radicalmente. Ecco forse la dimensione dell’eroismo è data proprio da questo essere così umano, nel provare paura, ma nonostante questo non desistere dal proprio proposito che si ritiene sia fondamentale. Un atteggiamento che, mutatis mutandis, mi ha riportato alla mente il Galileo di Brecht: uno scienziato formidabile, ma non per questo un “eroe” disposto a sacrificare la vita per dimostrare le proprie teorie e che quindi, per aver salva la vita, ritratta e abiura.

In fin dei conti il giudice più severo e imparziale resta la Storia e sarà quella ad assolvere o a condannare.

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Edward Snowden in un fotogramma di Citizenfour