Beati gli ultimi

Nel breve soggiorno siciliano in coda a questa torrida estate, sono stato a Taormina. In particolare, a parte il rituale struscio sulla via principale, ci è capitato di andare a vedere una piccola (ma costosa) mostra su Vincent Van Gogh. Un evergreen che tira sempre e, per quanto fosse assai modesto l’allestimento e la mostra fosse di fatto più virtuale che reale, siamo andati per esaudire uno specifico desiderio di compleanno.

Una delle cose che non sapevo o non ricordavo della travagliata vicenda umana di uno dei pittori più celebri della modernità, è il fatto di aver dipinto – a un certo punto “serialmente” – prima il portalettere Joseph Roulin e poi tutta la famiglia di quest’ultimo che volentieri si prestava come “modello” per questo pittore un po’ schivo e strambo, che vendette un solo quadro in vita e nulla lasciava presagire della fama mondiale che avrebbe ottenuto solo dopo la sua morte.

Il sodalizio fu principalmente umano e i Roulin furono tra i pochi esseri umani che, nella loro plausibile semplicità e modestia, accolsero tra loro il pittore olandese.

Così questi ignoti signori, benefattori dello sciagurato e tormentato Van Gogh, costituiscono l’esempio – forse tra i più chiari – di quel precetto che vede gli ultimi come i reali destinatari del Regno dei Cieli (ammesso e non concesso che questo Regno da qualche parte esista): a loro non solo l’essere entrati nell’empireo dei ritratti al pari di re e regine, ma di averlo fatto entrando dalla porta principale nella Storia dell’Arte a braccetto di uno dei più apprezzati artisti di tutti i tempi.

Joseph_Roulin

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La principessa e i diritti sociali

Sono andato ieri sera alla “mia” Arena a vedere La principessa e l’aquila, (in originale The Eagle Huntress) un docu-film che racconta la storia di Aisholpan Nurgaiv, una ragazzina di 13 anni che vuole fare il mestiere che tutti i suoi avi (maschi) hanno fatto fino a quel momento: l’addestratrice di aquile. Il piccolo – ma non insormontabile – problema è appunto il fatto di essere una donna. Lei non si dà per vinta e, complice il padre che vede in lei il talento, Aisholpan lo diventa, sbaragliando e scalzando tutti i pregiudizi degli anziani secondo i quali (pensate un po’?) la ragazzina dovrebbe stare a casa a preparare il the e a badare alle faccende domestiche.

Sono stato in Mongolia nell’estate del 2005, proprio di questi tempi, in agosto (precisamente il viaggio ha coperto – con ogni mezzo: dal cammello alla transiberiana – Mongolia, Cina e Russia, dal 7 al 24 agosto) e mi sono innamorato, più di quanto fossi disposto a credere all’epoca, di quella gente: i fieri, fierissimi discendenti di Gengis Khan che mi sono sembrati tutti bellissimi ed eleganti, nella cornice di un mondo sconfinato (la Mongolia è un paese con una estensione che è 5 volte quella italiana, con una popolazione complessiva che si aggira sui 3 milioni, ovvero come ua metropoli italiana neppure tra le più grandi), nella loro eleganza e nel loro (quasi*) perfetto equilibrio con la natura.

Una società arcaica che si è fatta permeare dalle tecnologie – almeno per quel che mi fu dato vedere ormai 12 anni fa e da quel che anche traspare dal film – solo per l’essenziale e per la praticità della vita nomade: un pannello fotovoltaico per un dare un po’ di elettricità alla gher (o yurta, come preferite), qualche sporadica motocicletta spesso sovraccarica di persone, di marca incognita, con meccanica basilare e riparabile in ogni momento, degna sostituta dell’unico classico e più ambito mezzo di trasporto: il cavallo, sul quale i mongoli sono capaci di cose incredibili.

I cavalli sono poco più che dei pony e anche le persone non sono molto alte: alimentazione, genetica e ambiente (con temperature che d’inverno possono raggiungere i -40° che non riesco neppure a immaginare) hanno plasmato nei secoli la simbiosi tra uomini e bestie, rendendoli unici per caratteristiche: i cavalli hanno una resistenza incredibile e sopportano tutto (a partire dal freddo) con una docilità commovente, in mezzo a una natura che per i mongoli è “madre” e, per noi mollaccioni occidentali abituati a tutti gli agi, sarebbe non meno che “matrigna”.

E così la storia, semplice come è semplice la vita dei mongoli nomadi, si dipana, in mezzo a questo teatro di natura spettacolare, con la simbiosi con questi altri animali che mai crederemmo addomesticabili: le aquile appunto. Il film è suggestivo sicuramente per le riprese (alcune delle quali con telecamerine simil go-pro, quindi col “punto di vista” dell’aquila…) ma ancora di più per questa vicenda umana così diversa dal metafisico occidente, in cui milioni, miliardi di persone alla fine fanno le stesse identiche cose: mangiano, dormono, fanno la spesa, vanno a lavorare, pagano le bollette, si dedicano a qualche attività nel tempo libero.

Un autentico piccolo miracolo da preservare il più possibile – per me commovente fino alle lacrime, anche se non faccio testo, proprio perché ricordo distintamente il cielo notturno che si vede dal deserto del Gobi, con la volta che davvero ha la forma di una volta di cui si percepisce la curvatura, e una quantità di stelle da lasciare senza fiato.

Vale la pena di riportare quel che scrisse nel suo viaggio prima di me, Giovanni Lindo Ferretti, che le parole ha mostrto di saperle usare bene, definendo la Mongolia “milza del mondo”:

Oltre le gher, in costa, un branco di cavalli scende a trotto leggero verso l’abbeverata, sparse nella valle mandrie di pecore e bovini.

Dal centro delle gher il fumo dei fuochi sale al cielo. Nitriti, belati, muggiti. Planate di aquile nell’aria.

La Mongolia è un Paese arcaico e giovane, giovanissimo. Barbaro nell’impatto, difficile a viversi, forte ed austero. Territorio vario, densamente spopolato.

Gira il tempo con ciclo naturale, le stagioni, sulle esigenze dell’allevamento. Sono gli animali ad offrire la potenza necessaria alla vita: le calorie dell’alimentazione che fa freddo, molto freddo, le necessità e i piaceri dello spostamento, delle relazioni personali e sociali.

Unico residuo della modernità, settanta anni di regime comunista, le linee elettriche che da Ulaan Bator portano la corrente nei capoluoghi degli Aimag. Dono prezioso e scadente e due doni impagabili: l’alfabetizzazione e la profilassi sanitaria.

Se i mongoli non scendono da cavallo, se si appropriano della sostanza del moderno e non della paccottiglia, se saranno attenti, molto attenti nelle scelte e lo possono che sono pochi in uno spazio perfetto, la Mongolia può essere nel mondo come la milza nel corpo umano.

Depuratore. Ritorno. Avanzamento.

In fede C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti)

Così è ancora, a vent’anni da quel viaggio dei CSI. E sicuramente è avanzamento, sociale, grazie alla piccola grande storia di Aisholpan.

PS: chi fosse interessato a qualche foto della Mongolia vista 12 anni fa, può fare un salto qui.

* Quasi perché nell’unica città che possiamo definire tale – la capitale Ulan Bator – si cerca maldestramente di vivere alla occidentale, con tutto quel che ne consegue.

Aisholpan Nurgaiv al Toronto International Film Festival 2016 (da Wikipedia)

Silence e i “cattivi giapponesi”

Sono finalmente riuscito a recuperare ieri sera un film che avrei voluto vedere quest’inverno e che, più o meno fugacemente passato dalle sale di Pisa e Trento (città nelle quali avrei potuto realisticamente vedere la pellicola), ho pensato di riuscire a vedere in una delle due arene estive pisane. Ma neppure da qui è passato – forse per la sua durata e “l’impegno” (in termini di tempo perché comunque la storia si segue benissimo) che costringe lo spettatore a una maratona di quasi 3 ore – così… ho risolto in altro modo. Il film è Silence, di Martin Scorsese, (che ha preso l’Oscar) e tratta del tentativo di colonizzazione del Giappone da parte dei gesuiti nel XVII secolo (qui la lunga sinossi).

Sebbene non abbia letto il romanzo da cui è tratto, il film è molto bello: Scorsese è capace di mettere in evidenza lungo tutta la durata del film la tensione emotiva e le profonde convinzioni di questi “pastori” nel tentare di portare in luoghi così remoti il “verbo” cristiano. La situazione è drammatica e tale si annuncia sin dalle prime battute: i cristiani, quei pochi che tali si definiscono, vengono sistematicamente perseguitati e uccisi. Il martirio dei poveri contadini convertiti, dispera, fiacca e pone dubbi insormontabili alla coscienza dei due giovani apostoli (uno dei due morirà e il film si concentrerà sulle vicende umane del superstite).

La Storia ripropone una vecchia storia, che è quella degli uomini disposti a sacrificare la vita – certamente la propria e forse anche l’altrui – per la fedeltà a un’idea, a un credo e il messaggio si trasforma quindi, almeno ai miei occhi di spettatore, da contingente a universale. Alla fine il protagonista incontra Cristovão Fereira, il padre confessore e guida spirituale sulle cui tracce si erano messi partendo dall’Europa. I dialoghi sono molto belli: Fereira convince poco a poco Sebastião Rodrigues della bontà dei suoi ragionamenti, lo convince all’abiura perché quello è l’unico modo per far cessare le torture e le uccisioni della popolazione povera e inerme.

Quel che il film omette di dire sono i motivi per cui i giapponesi si comportano così: i quali, nel film, sembrano essere tutti legati al piano religioso. Se si legge un po’ della storia del Giappone, di quel periodo siamo in quella delicatissima fase – nota come periodo Edo o periodo Tokugawa, la cui datazione ufficiale va dal 1603 al 1868 – che vide l’impero isolarsi pressoché completamente al mondo esterno a seguito di una crisi ambientale e demografica provocata – neppure troppo paradossalmente (se si pensa al mondo odierno) – da un periodo di pace e prosperità. Leggendo Collasso di Jared Diamond (i brani sono tratti dalle pagine 310-312), si scopre che:

Per quasi 150 anni, a cominciare dal 1467, il Giappone fu sconvolto da guerre civili, seguite al crollo della coalizione delle forti casate feudali che erano andate al potere dopo la disintegrazione dell’autorità imperiale. […] Le guerre si conclusero grazie alle vittorie militari di un guerriero di nome Toyotomi Hideyoshi e del suo successore Tokugawa Ieyasu. […] Già nel 1603 l’imperatore aveva investito Ieyasu del titolo ereditario di shogun (supremo capo militare). Da allora fu lo shogun a esercitare davvero il potere del suo palazzo nella nuova capitale Edo (la moderna Tokyo), mentre l’imperatore, che aveva dimora nella vecchia capitale Kyoto, rimase una figura formale senza alcuna autorità. [… In quel periodo] una dinastia di shogun mantenne il paese libero da guerre e da influenze straniere. La pace e la prosperità fecero esplodere il Giappone. Nel giro di un secolo la popolazione raddoppiò per una fortunata combinazione di cause: condizioni di pace, assenza delle epidemie che stavano colpendo l’Europa (il Giappone, infatti, vietava l’entrata a tutti i visitatori e viaggiatori stranieri), aumento delle rese agricole […]. Le città diventavano sempre più grandi, al punto che nel 1720 Edo era la più popolosa del mondo. In tutto il Gappone, la pace e un forte governo centralizzato determinarono la nascita di una moneta unica e di un sistema uniforme di pesi e misure, la fine dei dazi e dei pedaggi, la costruzione di strade e il miglioramento della navigazione tra le isole. Tutti questi fattori causarono un aumento esponenziale dei commerci interni.

I rapporti del Giappone con il resto del mondo, però, si ridussero quasi a zero. I grandi navigatori portoghesi, mossi dalla brama di commerci e di conquiste, circumnavigarono l’Africa e raggiunsero l’India nel 1498, le Molucche nel 1512, la Cina nel 1514 e infine il Giappone nel 1543. Questi primi visitatori, pur ridotti di numero, causarono un vero sconvolgimento nel paese, perché vi introdussero le prime armi da fuoco. I cambiamenti furono ancora più drastici sei anni dopo, quando arrivarono i missionari cattolici. Centinaia di migliaia di giapponesi, inclusi alcuni daimyo, si convertirono al cristianesimo. Purtroppo, i missionari gesuiti e francescani manifestarono un comportamento non irreprensibile, fatto di gelosie e competizione, e si sparse la voce che  frati stavano cercando di cristianizzare il Giappone per permettere all’Europa di impadronirsi del paese.

Nel 1597 Toyotomi Hideyoshi fece crocifiggere 26 cristiani. Quando i daimyo cristiani cercarono di corrompere o assassinare i funzionari del governo, Tokugawa Ieyasu decise che gli europei e la cristianità costituivano una minaccia alla stabilità dello shogunato e del Giappone […]. Nel 1614 Ieyasu bandì il cristianesimo e cominciò a torturare e a condannare a morte i missionari e tutti coloro che si rifiutavano di rinnegare il nuovo credo. Nel 1635 lo shogun arrivò a proibire ogni viaggio al di fuori del paese. Quattro anni dopo, espulse dal Giappone i pochi commercianti portoghesi rimasti.

Strategia che, col senno di poi, si rivelò vincente. Alla Cina, accenna Diamond in quelle stesse pagine, andò diversamente e, circa un secolo dopo, come invece racconta Ha-Joon Chang in Economia. Instruzioni per l’uso (pp. 383-384), essa dovette soccombere all’espansionismo commerciale europeo, incarnato soprattutto dall’Inghilterra. Battaglia che dal piano commerciale si spostò a quello militare e si concluse con una vera e propria débâcle per i cinesi:

Nel 1792, il re inglese Giorgio III inviò il conte Macartney in Cina in sua rappresentanza, affinché convincesse l’imperatore cinese Qianlong a permettere agli inglesi di commerciare liberamente in tutta la Cina, e non solo a Canton (Guangzhou), all’epoca l’unico porto aperto agli stranieri. A quel tempo la Gran Bretagna aveva un notevole deficit commerciale con la Cina (niente di nuovo sotto il sole!), soprattutto a causa della sua recente passione per il tè. Gli inglesi pensavano che, se il commercio fosse stato più libero, sarebbero riusciti a ridurre il disavanzo.

La missione fu un completo fallimento. Qianlong rimandò indietro Macartney con una lettera per Giorgio III in cui affermava che il Celeste Impero non aveva alcun bisogno di incrementare gli scambi commerciali con la Gran Bretagna. Ricordò al re che la Cina aveva permesso agli stati europei di commerciare a Canton solo «quale segno di favore», dato che «il tè, la seta e la porcellana del Celeste Impero sono assolutamente necessari alle nazioni europee». Qianlong dichiarò che «il nostro Celeste Impero possiede tutte le cose in copiosa abbondanza e non manca di nessun prodotto entro i suoi confini. Non vi era dunque alcun bisogno di importare i manufatti di barbari dall’esterno in cambio della nostra produzione»*.

Poiché era proibito anche solo cercare di convincere i clienti cinesi a comprare maggiori quantità di manufatti inglesi, alla Gran Bretagna non restò che aumentare le proprie esportazioni di oppio dall’India. La conseguente diffusione della dipendenza da oppiacei allarmò il governo cinese che ne bandì il commercio nel 1799. La manovra non funzionò, perciò nel 1838 l’imperatore Daoguang, nipote di Qianlong, nominò un nuovo «zar antidroga», Lin Zexu, allo scopo di reprimere il contrabbando di oppio. Per tutta risposta, nel 1840 gli inglesi scatenarono la Guerra dell’oppio, dalla quale la Cina uscì a pezzi. Con il Trattato di Nanchino del 1842, la Gran Bretagna, vittoriosa, costrinse la Cina a concedere il libero scambio, compreso quello dell’oppio. Seguirono cent’anni di invasioni, guerre civili e umiliazioni nazionali.

* Il testo completo della lettera dell’imperatore Qianlong a Giorgio III si trova qui in inglese: http://www.history.ucsb.edu/faculty/marcuse/classes/2c/texts/1792QianlongLetterGeorgeIII.htm

Insomma – tornando alla questione giapponese – le premesse e i motivi per cui il cristianesimo fu bandito, se ci fidiamo di uno studioso come Diamond, sembrano di tutt’altra natura e la questione religiosa è in qualche modo strumentale a un gioco più grande. Dispiace quindi che Scorsese – che pure conferma di essere un ottimo regista – veda il dettaglio alimentando tacitamente alcuni luoghi comuni (i “poveri cristiani”, lo straniero è in qualche modo “cattivo”…) e al contempo facendo perdere di vista il quadro d’insieme.

Sant’Anna di Stazzema e le svastiche americane

Lontano nello spazio e nel tempo. E, come si diceva una volta, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Due giorni fa ricorreva l’eccidio – 12 agosto 1944 – di Sant’Anna di Stazzema, per me un posto dietro casa. Era da molti anni che non ci andavo e credo che almeno una volta faccia bene a tutti un po’ di pellegrinaggio in qualche luogo della memoria, in qualche luogo dove sono accadute cose gravi da non riuscirsi a dire. Serve. Serve a resettare, a ricalibrare alcuni dei parametri delle nostre esistenze. Serve come antidoto alle notizie che arrivano dall’altra parte del mondo, dagli Stati Uniti di “The Donald” che con blando ammonimento condanna l’episodio di Charlottesville, gettando benzina sul fuoco di un paese che – scopro dalle fredde statistiche di un libro di economia – è tra i più iniqui tra quelli sviluppati e del primo mondo (e, chissà come mai, la cosa non mi sorprende affatto).

Le svastiche dei suprematisti bianchi sono un simbolo, forse. Forse fumo negli occhi, ma un fumo che irrita e fa male quando, si arriva al paese di Sant’Anna, bellissimo, incastonato a 600 m sul livello del mare, con una vista spettacolare sulla Versilia. Un posto dove non diresti mai che sarebbe potuto succedere l’abominio che accadde. Un paese che è diventato integralmente un museo, un luogo della memoria. E se ancora si vanno ad ascoltare e a leggere le testimonianze dei sopravvissuti, all’epoca bambini o adolescenti, di un intero paese che contava 560 anime, viene ancora e sempre da piangere. Sono due cose molto lontane tra loro. Questi imbecilli d’oltreoceano non credo abbiano idea di ciò che fu. E se un’idea ce l’hanno, è sbagliata.

Una manifestazione dell’American National Socialist Movement (dal sito “Lettera 43”)

Taleb, il cigno e il centurione romano

Col procedere della vita meno cose tendono a sorprendermi rispetto al passato. Credo sia fisiologico e pure questa forse è una curva logistica a ritorni decrescenti. Fatto sta che mi stupisce poco o punto il fatto che uno studioso come Nicholas Nassim Taleb, celebre per il bestseller Il cigno nero, si sia permesso di entrare nell’agone di una delle dispute imbecilli di mezza estate (ogni mezza estate ne ha una che scala le classifiche rispetto alle altre, un po’ meno imbecilli).

La notizia è questa: Fatevene una ragione: gli antichi romani erano molto africani (persino in Britannia) e vi lascio l’onere della lettura. Lessi tempo addietro il bestseller osannato da molti e francamente, a parte qualche provocazione, la tesi sostenuta per l’intero volume m’è parsa debole scientificamente e a tratti pretestuosa. L’ho criticata, in un articolo che probabilmente avranno letto solo i revisori cui l’ho sottoposto, nel punto in cui parla del noto aneddoto di Bertrand Russell del tacchino che “non ringrazia per il giorno del ringraziamento” perché una delle debolezze scientifiche evidenti nel suo testo è quella di non distinguere situazioni naturali, in cui hanno senso certe inferenze di carattere statistico e l’induzione, e situazioni che di naturale non hanno nulla visto che a determinare la situazione (e la morte del tacchino) ci sono gli esseri umani che si comportano in un certo modo, tipicamente del tutto arbitrario. Metto il link all’articolo che aveva per titolo Zoo e dinamiche della catastrofe: dalle balene ai cigni, nel caso qualcuno fosse curioso (la mia critica a Taleb si trova al § 2).

Insomma Taleb non ne esce bene, né col suo tweet, né col suo libro (nel suo personale zoo poteva introdurre uno struzzo…).

Amazon e il pizzo del servizio “Prime”

Ora: è noto dalle cronache dei (tele)giornali, dal web, dai mensili: i colossi quasi mai si comportano bene e sempre più spesso mostrano il loro vero (duplice) volto di Giano: da una parte moltissimi servizi apparentemente gratis, dall’altra dati (i nostri) comprati e venduti, le nostre vite in loro “possesso” e, nel caso questi colossi siano anche produttori di oggetti fisici – come Apple (computer e telefoni) e Amazon (libri e non solo) – non mancano le antiche storie di sfruttamento, spesso documentate da giornali come Internazionale.

Tutte cose che sappiamo e sulle quali molti di noi – e il sottoscritto, ahimè, non fa eccezione – passano sopra: ho un computer Apple (anzi 2, se conto quello di lavoro) e ho acquistato a più riprese su Amazon. Uso il passato perché già avevo dirottato quasi tutti i miei acquisti sul “nostrano” IBS, ma dopo l’episodio spiacevole accaduto a me e mia moglie, abbiamo deciso di metterci un bel crocione sopra. Avete presente il tanto sponsorizzato (anche in tv) servizio “Prime”? Serve, con la modica (uso eufemismi) gabella di un tot al mese di 19,99 € (la presa in giro anche sull’importo…) ad avere in tempi veloci come la luce le cose che avete ordinato a casa vostra (o all’indirizzo che preferite). Servizio spesso inutile: come “studioso” non ho mai avuto tanta urgenza su cose nuove e appena uscite. Se l’urgenza c’è per compulsare un testo, è spesso quella di cercare (e trovare) cose irreperibili anche in biblioteche parecchio fornite, come quella della Scuola Normale…

Partito in sordina e come servizio opzionale è diventato sostanzialmente un obbligo che né io né mia moglie a suo tempo sottoscrivemmo (anche perché non siamo “compratori frequenti”, per tradurre un orribile anglicismo) ma per il quale ci siamo ritrovati puntuale addebito sulle rispettive carte di credito. Così intanto, come prima mossa, abbiamo cancellato i dati delle nostre carte sui rispettivi profili e come seconda, abbiamo provveduto a contestare l’addebito ai nostri rispettivi istituti di credito.

In particolare pare che questo “giochino” sia particolarmente diffuso, al punto che, per esempio, il call center di Unicredit stia, da qualche tempo, rispondendo solo su questo problema di addebiti non autorizzati. E dire che più grossi sono più dovrebbero farsi garanti e tutelare le utenze, invece, non più tardi di qualche mese fa, ancora si parlava di quanto questi colossi hanno evaso ed eluso il fisco delle nazioni in cui sono presenti, come racconta questo articolo de “Il Sole 24 Ore”.

Navacchio, Far West

Complice la calura e i paesaggi riarsi che in questi giorni solco, più o meno quotidianamente, in sella al vespino, mi sono tornati alla mente due episodi recenti di cronaca che fanno di questa profonda provincia – sospesa tra il suo glorioso passato e la quiete di un presente un po’ anonimo – un luogo assai più movimentato di quel che sembra. Parlo di due centri di attività umane, a due passi da questi residui pezzi di campagna: una banca e un centro commerciale.

Agli inizi di aprile il tentativo (parzialmente fallito) di una rapina in banca. Una microscopica filiale sulla Tosco-Romagnola del cui sportello bancomat ho fruito di tanto in tanto. La rapina fallisce perché… uno dei rapitori, al termine dell’azione criminale ha un malore. Malore fatale che si scoprirà essere un infarto. Il complice, capito quel che stava accadendo, dopo un paio di tentativi di rianimazione fugge – con la refurtiva – lasciando l’altro al suo destino (la camera mortuaria). La notizia è ancora online a questo link.

Questo invece solo di un paio di giorni fa. Centro commerciale IperCoop di fronte alla Strada di Grande Comunicazione (SGC: acronimo imperscrutabile per chi viene per la prima volta da queste parti) Firenze-Pisa-Livorno, per gli amici sinteticamente FI-PI-LI. Tre uomini irrompono nel centro commerciale con passamontagna e pistole (si scoprirà: scacciacani) seminando autentico panico tra i presenti. L’idea: non rapire le casse, ma una coppia di fidanzati (amici) che, a far la spesa lì, si sarebbe dovute sposare a giorni. Il panico è autentico ma il tutto voleva essere uno scherzo che è costato ai tre una denuncia per “procurato allarme”. Poteva, come scrive il giornalista, andare molto peggio. Sarebbe bastata la reazione di qualche guardia giurata in servizio (o delle forze dell’ordine intervenute) che invece le pistole le hanno vere. A questo link il racconto.