la seconda notte di nozze

Ho recuperato, ieri sera, un film di qualche anno fa. Un film italiano, diretto da Pupi Avati, di quelli che disintossicano da tutte queste sempre meno verosimili “storie americane” che a noi arrivano dalla grande distribuzione, dai blockbuster, così lontane dal nostro sentire, così irreali e violente, dove la protagonista principale è quasi sempre un’arma da fuoco.

La seconda notte di nozze è un film apparentemente semplice, una storia che si snoda nell’immediato secondo dopoguerra italiano, in due località che sono sin da subito metafora delle due italie: un nord – neppure troppo nord, visto che la città è Bologna – dove la vita è più dura, perché è città, perché c’è più gente, perché la guerra è durata più a lungo e le persone tirano la cinghia, vivendo un quotidiano di privazione, di espedienti, di enormi difficoltà per avere perso tutto. Un sud, quello della provincia pugliese, in cui le cose – e in certi momenti la vita stessa – sembrano essere rimaste sospese, conservando però una dignità e una moralità che invece è persa, sfilacciata nei protagonisti che incontriamo a Bologna.

I personaggi del film pendolano tra desiderio e necessità, tra una dignità e un rigore – soprattutto nel pazzo e saggissimo Giordano Ricci (splendidamente interpretato da Antonio Albanese) – a tratti commovente, nel suo vivere in modo assoluto le proprie emozioni. Un film da cercare e vedere.

Un'immagine de "La seconda notte di nozze"
Un’immagine de “La seconda notte di nozze”
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Sarò breve e circonciso…

Ieri sera siamo andati a vedere lo spettacolo “Personaggi” di Antonio Albanese, al teatro Verdi di Montecatini. Albanese è noto e non ha bisogno di alcuna presentazione: può piacere o non piacere, ma dal suo spettacolo – il cui titolo generico era necessario per portare in scena i tanti personaggi interpretati in questi anni, da Epifanio in poi… – sono rimasto favorevolmente colpito da un paio di cose:

  1. gli “intervalli” in cui, di colpo e senza preavviso, usciva dai personaggi per dialogare direttamente con il pubblico. Un dialogo mai banale, che spesso ha avuto il sapore della confessione sui sentimenti provati proprio nell’interpretare l’uno o l’altro, oppure narrandone la genesi. Per esempio ha detto che di Cetto La Qualunque, uno dei suoi cavalli di battaglia che negli ultimi anni lo hanno reso celebre, anche al cinema, se ne vergogna. Dice che di politica in realtà lui non se n’è mai occupato (anzi, per essere precisi ha detto: “io sto alla politica come Polifemo sta allo strabismo… oppure come Formigoni sta al Kamasutra”) ma l’idea ha preso forma andando ad ascoltare comizi elettorali di politici di piccolo cabotaggio, così come di levatura medio alta. E la frase, titolo di questo post, per inciso, è stata pronunciata realmente da un politico che adesso è senatore della Repubblica. Insomma: Albanese dice che il personaggio Cetto è in realtà un moderato rispetto ai politici veri e che i comizi elettorali sono esperienze che ti fanno passare la voglia di vivere. E poi, dice, m tocca questo “pilu” sintetico in testa (riferendosi alla parrucca che indossa) che mi mette veramente a disagio. Certo: poi se ne ride. Il compito suo, del comico, è quello, ma bisogna saper ridere come antidoto a una verità che altrimenti fa veramente male. Lo spettacolo si è chiuso con il personaggio del sommelier, uno degli ultimi che ha interpretato anche in tv. Anche qui un po’ di backstage: dice di aver partecipato al “Vinitaly” la grande kermesse del vino che si tiene ogni anno a Verona. I vini, racconta, bisogna metterli in bocca, assaporarli e poi sputarli. Il problema è che lui non ci riusciva e così dopo un’ora che stava lì alla convention e aveva assaggiato 20 tipi di vino era già bello che ubriaco. Ma pure da ubriaco la lampadina si è accesa su uno di questi strani personaggi che vengono osannati come delle divinità: un sommelier che si muoveva, circondato da una moltitudine adorante, come “un Roberto Bolle in cassa integrazione”, ovvero: movimenti strani e del tutto avulsi dallo scopo della manifestazione e, nello specifico, dall’assaggiar vino. Così nasce il personaggio del sommelier con il quale si è congedato da noi, “perché il nostro è davvero un paese strano”;
  2. anche per le caratterizzazioni apparentemente più sbracate ha saputo tracciare una storia, la cui fine è spesso, quasi sempre, molto amara. Una su tutte, quella dell’Alex Drastico – disoccupato e con “tre figli secchi secchi perché non hanno da mangiare” – che viene spedito a nord a curare gli affari di un capo di Cosa Nostra e la sua vita cambia e lui quasi non si rende conto di essere pedina di quel grande ingranaggio nel quale è stato coinvolto per fame, con il “miraggio” di un miglioramento della propria condizione. E ancora una volta interrompe l’Alex de la poesia uccide per tornare l’Albanese che dice, al massimo di quella serietà che solo un comico sa avere, al pubblico del “grande progetto” e del fatto che questo progetto nella sua grandezza è anche semplice: fare in modo che ci sia sempre una riserva di disgraziati e disperati a cui poter attingere.

Insomma si esce dallo spettacolo avendo riso di gusto, ma con la consapevolezza che si tratta di una risata nella quale sono impacchettate anche le tante tragedie del nostro paese.